Feb28

Di prescritti ed assolti

Giustizia

E|...| via Flickr

Il processo contro David Mills, avvocato inglese corrotto e reo confesso,  è decaduto a causa della prescrizione dopo che si era arrivati a sentenze di colpevolezza sia in primo che secondo grado. La prescrizione è un’istituzione giuridica assolutamente necessaria in alcuni casi, ma il suo abuso (e soprattutto a seguito dell’entrata in vigore della Ex Cirielli) è una delle piaghe della giustizia italiana. Trovo assolutamente scandaloso che si possa impiegare 10 anni per (non) arrivare ad una sentenza di Cassazione nei confronti di un reo confesso; questa si che si chiama “giustizia ad orologeria”, o meglio, “giustizia in orologeria”, a far riparare il datario…

Fatto sta che Mills non è colpevole (ne innocente, per giunta) di essere stato corrotto da Berlusconi, ed il primo ministro italiano, di conseguenza, non è colpevole (ne innocente) di esserne il corruttore (il reato di corruzione in Italia è uno dei pochi a prevedere un concorso di colpa obbligatorio, la dove c’è un corrotto, c’è per forza anche un corruttore).

Questo, perlomeno, per la giustizia. Politicamente parlando, invece, Berlusconi non uscirebbe pulito da questa vicenda se non fosse per il fatto che il nostro paese ormai accetta la corruzione anche quando questa è plateale (e il nuovo scandalo tangenti la dice lunga, al proposito).

Berlusconi disse, in varie occasioni, che avrebbe “lasciato l’Italia” e si sarebbe “ritirato dalla politica”, se fosse emersa una sua colpevolezza (e ricordo ancora le sentenze di primo e secondo grado). A me, che Berlusconi lasci l’Italia o la politica frega fino ad un certo punto: sono convinto che il problema non sia Berlusconi, ma gli italiani stessi (e quindi un suo eclissarsi dalla scena politica non aiuterebbe particolarmente). Mi basterebbe vedere dell’indignazione, della condanna popolare, la presa di coscienza che non è vero che “tutti rubano”, ma quelli che rubano devono pagare (politicamente parlando soprattutto). Invece si continua a lasciare carta bianca a questo anziano signore, al potere per il suo comodo e grazie al suo potere.

Gli italiani devono ricominciare ad indignarsi per le menzogne dei nostri politici, per i “maneggi” che i nostri imprenditori fanno, per le morti bianche, per il razzismo, per la televisione scandalosa… invece siamo un paese apatico, soffocato dall’egoismo.

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Feb2

Diritti e doveri

Immigrazione

Netrace via Flickr

Hanno ragione i leghisti (non preoccupatevi, ora mi spiego): il rispetto delle regole da parte degli stranieri, regolari e non, è fondamentale ai fini della convivenza con il popolo italiano, della (loro) sicurezza ed integrazione. Senza il rispetto delle regole la società non funziona: ognuno si sente autorizzato a fare ciò che vuole, l’egoismo umano ha il sopravvento e si diventa più simili a bestie che a esseri umani.

D’altra parte in Italia le regole ci sono (anche se spesso non si direbbe, vero?) e se non ci mostrano loro, gli immigrati, che vanno comprese, fatte proprie e rispettate, mi chiedo chi lo farà: il presidente del coniglio forse?.

Non posso che levarmi il cappello di fronte al coraggio di coloro che a Rosarno hanno avuto il coraggio di ribellarsi alla criminalità organizzata (i napoletani ci convivono da talmente tanto tempo, che alla ribellione non ci pensano proprio più, ce l’hanno nel sangue). Poi, dopo la rivolta, sono stati caricati sui treni: un po’ in Puglia, un po’ a Roma, questi ultimi scaricati in mezzo alla città stanno dormendo da due settimane all’addiaccio, nell’indifferenza più completa dell’amministrazione pubblica locale (che certo è al corrente della loro presenza, visto che lo hanno saputo persino i centri sociali, gli unici ad aver tentato di dare una mano a questi eroi). Hanno convocato una conferenza stampa per farsi vedere, per mostrare che non sono spariti: troppo comodo volerli con noi finché lavorano in silenzio, per un tozzo di pane e due calci nel culo e poi via, spariti, nell’oblio della nostra coscienza criminale.

Come il proverbio ci insegna, a pari doveri corrispondono pari diritti: e allora credo che sia ora, cari italiani, di garantire ai lavoratori immigrati un sussidio di disoccupazione a fronte del licenziamento (e non il rimpatrio una volta “usati”, come prevede l’attuale legge Bossi-Fini, una sorta di tratta degli schiavi legalizzata), la possibilità di accorpare i contributi accumulati nel loro paese con quelli italiani (perché, già, anche loro versano i contributi, per una pensione che probabilmente non vedranno mai, se le regole non cambiano). Ma soprattutto, signori connazionali, ritengo sia ora di dare loro diritto di voto, voce in capitolo.

Lasciamo che ci insegnino cosa vuol dire civiltà.

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Jan29

Dare e avere

Termini Imerese

joegambale via Flickr

Fiat vuole chiudere Termini Imerese (e non solo), vuole spostare la produzione all’estero (pur continuando a vendere senza restrizioni in Italia), licenziare migliaia di lavoratori italiani fregandosene delle responsabilità sociali che un’impresa di queste dimensioni inevitabilmente ha (e non parlo solo dell’indotto). Non è certo la prima volta che lo minaccia ed in ogni caso i tagli negli ultimi anni sono stati ingenti. Stavolta però la minaccia è stata decisamente più forte: proprio mentre venivano distribuiti dividendi record agli azionisti, Fiat annunciava il blocco della produzione per 14 giorni e il ricorso alla cassa integrazione straordinaria (che non è quindi pagata da Fiat, ma dallo stato, da me, da voi) per i dipendenti degli stabilimenti di Mirafiori, Termini Imerese, Sevel, Melfi, Cassino e Pomigliano d’Arco.
Nonostante questo, il Governo italiano (di ogni colore politico) ha sempre elargito a mani basse incentivi ed aiuti alla Fabbrica Italiana Automobili Torino, e sono già stati stanziati i fondi per gli incentivi al mercato dell’auto per l’annata 2010. Verrebbe da chiedersi come sia possibile tutto questo, se solo fossimo meno avvezzi al mal governo del nostro paese…

Presto detto: l’Italia elargisce aiuti ed incentivi senza pretendere nulla in cambio da chi questi aiuti li riceve. Niente abbassamento forzato degli inquinanti, niente investimenti in ricerca, niente mantenimento dei livelli occupazionali. Miliardi di euro “regalati” all’industria dell’auto (e quindi in particolar modo a Fiat, che in Italia rappresenta una importante quota di mercato) senza alcun ritorno se non in termini di aumento del PIL (anche il terremoto in Abruzzo ha portato un aumento del PIL). Lo stesso è successo con le banche, lo stesso è accaduto per anni con Alitalia.

Troppo comodo così… restituite tutto, poi andate un po’ dove [c] volete…

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Jan25

La vittoria di Vendola non è una sconfitta del PD

Nichi Vendola

Sinistra e Libertà via Flickr

Leggo sui giornali (online e non) che il Partito Democratico esce “sconfitto” dal risultato delle primarie pugliesi, che hanno visto un plebiscito (si parla di un dato finale vicino al 73%) per Nichi Vendola.
Questa visione di quanto accaduto in Puglia ieri mi trova profondamente in disaccordo. Innanzi tutto perché (come ho già avuto modo di dire) ritengo che l’essere capaci di appoggiare un candidato esterno al partito sia un importante segno di maturità. Scegliere un candidato sulla base di valori meritocratici e non sulla base della sfumatura di colore politico che si rappresenta non sarà nelle corde dell’attuale direzione del partito (che si vorrebbe a vocazione maggioritaria ma senza aver chiaro in mente come raggiungere il risultato), ma l’ampia partecipazione alle elezioni primarie (oltre 250.000 persone si sono messe in coda, al freddo, per votare) dimostra come sia invece nelle corde della base, del popolo del Partito Democratico, di coloro che si sentono sempre meno rappresentati da un partito che si voleva nuovo ed innovativo,  ed invece si ritrova oberato da pesanti retaggi e vincoli, diviso in se stesso (prima tra ex partiti, ora tra “mozioni”), incapace di trovare una linea efficace sia in tema di proposte sia nel ruolo di opposizione ad un governo che ormai fa il bello e (soprattutto) cattivo tempo.

Chi esce veramente sconfitto da questo risultato è la “classe politica”: sconfitta prima di tutto perché il “risultato popolare” ha radicalmente sconfessato un’alleanza praticamente già fatta con l’UDC, risultato di una “statica somma di consensi”, visione che sarebbe bene che il Partito Democratico superasse (gli altri facciano un po’ quello che vogliono). Sconfitta poi perché alle primarie si è giunti dopo innumerevoli richieste e tentennamenti, quando ormai si era con l’acqua alla gola (e questo nonostante l’istituzione delle primarie sia sancita addirittura dallo statuto del Partito come un mezzo chiave dell’attività del partito): in altri posti (come la Lombardia) il ricorso alle primarie è stato evitato con determinazione, nonostante avrebbe consentito di dare una maggiore “spinta” a Penati (e ne avrebbe davvero bisogno…).

Ora è importante che il segnale arrivi forte e chiaro alla dirigenza: il popolo del Partito Democratico ha deciso di essere più politicamente coerente del proprio “establishment” e sarà bene che questo si adatti alla nuova condizione democraticamente imposta; Vendola va appoggiato e sostenuto senza eccezioni e con il vigore che serve, perché in Puglia si deve vincere.

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Jan17

Un vaccino per l’idiozia

Siringa

Nicola Bavaro via Flickr

I numeri che vengono pubblicati in questi giorni sulla questione del flop del vaccino per l’Influenza A parlerebbero da soli, se solo gli italiani leggessero usando la testa.

Nonostante gli allarmismi dei mass media (e dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, sulla cui avventatezza nel proclamare il massimo stato di rischio si è già abbondantemente detto su queste pagine), il virus in Italia ha colpito poco e con virulenza e ferocia drasticamente ridimensionate rispetto a quanto si era paventato. Naturalmente questo minor contagio ha portato ad un minor ricorso al vaccino: non appena i medici si sono resi conto della reale consistenza dell’allerta, si è cominciato a comprendere quanto il ricorso al vaccino potesse essere circoscritto alle sole persone a rischio (anziani e bambini piccoli) come del resto accade ogni anno con l’abituale pandemia influenzale (e quindi con cifre e stime note e sostanzialmente invariate da diversi anni).

Lo Stato italiano (nella fattispecie, credo, il Ministero per la Salute) aveva inoltre avuto accesso, grazie agli accordi internazionali, ai primi dati epidemiologici non solo di stati come il Messico o gli Stati Uniti (colpiti nella prima fase e dotati di una sanità per varie ragioni strutturalmente diversa dalla nostra), ma anche di paesi come la Spagna o l’Inghilterra che hanno riscontrato focolai di influenza A ben prima di noi: un paese ben governato avrebbe stimato il numero di dosi di vaccino necessarie sulla base di queste vitali informazioni.

Invece l’Italia ha acquistato 24 milioni di dosi di vaccino. Vorrei soffermarmi un secondo a farvi ragionare su questa cifra, perché ogni tanto i numeri diventano improvvisamente “impersonali” (come accade con le vittime civili delle guerre, per intenderci): la popolazione italiana, all’ultimo censimento del 31/07/2009, ammonta a 60.231.214 abitanti. Acquistare ventiquattro milioni di dosi di vaccino significa prevedere di vaccinare (attenzione, “vaccinare” non “curare”) oltre il 40% della popolazione complessiva italiana! E tutto questo entro 12 mesi (visto che questa è la durata del vaccino). Considerate inoltre che anche supponendo di impegnare i medici 24 ore su 24, per 365 giorni, avremmo dovuto vaccinare oltre 65700 persone al giorno, cifre folli che solamente chi conosce la sanità italiana è in grado di comprendere appieno, probabilmente.

Viene quindi naturale chiedersi non solo “perché così tante dosi rispetto alla popolazione”, ma anche “perché tutte insieme”, sapendo che la durata dell’efficacia del prodotto acquistato è di 12 mesi? Per caso Novartis aveva intenzione di fermare la produzione del vaccino, una volta cominciate le campagne di vaccinazione, impedendoci così di acquistarne una seconda partita sulla base dei dati di accesso al vaccino che sarebbero emerse durante la prima fase della campagna?

E già qui ci sarebbe da chiudere il browser disgustati. Ma aspettate ancora un attimo, il bello deve ancora venire: delle 24.000.000 di dosi di vaccino acquistate, solo 10.000.000 sono state effettivamente ritirate. E di queste, poco più di 850.000 sono effettivamente state utilizzate (e vorrei sottolineare come 850.000 sia circa il 3,5% del totale). Eppure, lo scontrino che Novartis andrà a presentare allo Stato Italiano (e quindi alle tasche dei contribuenti) riguarderà tutta la partita di 24.000.000 di dosi. Sette euro a dose, 168.000.000 di euro. L’intervento del Governo Italiano contro la crisi economica, quantifichiamolo…

E tutto questo, per Novartis, senza assunzione di alcuna responsabilità: scopriamo infatti sul contratto recentemente pubblicato in rete (nonostante in prima istanza mi fosse parso di capire essere coperto da segreto di stato), il Ministero non ha praticamente inserito clausule a sfavore Novartis (come invece è uso e costume nei contratti tra due parti, in cui ognuna si accolla usualmente la propria metà degli obblighi), arrivando persino a dichiarare Novartis immune da eventuali richieste di risarcimento nel caso in cui il vaccino dovesse provocare danni alle persone a cui viene iniettato (questione spinosa che vede numerose cause aperte in altri paesi europei).

Supponiamo anche che ora il Ministero riesca ad “estorcere” a Novartis il pagamento delle sole 10.000.000 di dosi effettivamente ritirate, ci troveremmo comunque a dover scucire 70.000.000 di euro dei soldi duramente guadagnati durante questo difficile anno di crisi economica. Ci sarebbe da prendere a calci nel didietro coloro che si sono resi artefici di cotanto spreco e costringerli a pagare di tasca loro quei quattrini fino all’ultimo centesimo, se non scoprissimo (o sapevamo già, a dire il vero) che la direttrice generale di Farmindustria è Enrica Giorgetti, la moglie del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Sacconi… c’è gente che per molto meno, recentemente, ha perso la poltrona, in Inghilterra…

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Jan7

L’esame di maturità del Partito Democratico

Emma Bonino

Le Elezioni Regionali saranno per il Partito Democratico una sorta di esame di maturità. Dopo la scelta di Bersani di addolcire” la “vocazione maggioritaria” del partito (che non significa che non freghi niente di avere la maggioranza, ma di tollerare delle alleanze per giungere al risultato), questa tornata elettorale dovrà sancire la capacità del Partito di scegliere responsabilmente i propri candidati, anche alla luce proprio delle alleanze in essere.

Dopo la scelta “imposta” (alla base ed agli alleati) di Penati per la Regione Lombardia e la partita (ancora tutta aperta) con Vendola in Puglia (dove non capisco il perché di un rifiuto dello strumento delle primarie, in altre occasioni osannato), in queste ultime ore un nuovo caso va delineandosi: la Regione Lazio. Dopo lo scandalo Marrazzo (continuo a non capire perché non lo si possa proporre candidato, visto che ha lavorato piuttosto bene), tutto è nelle mani del “mandato esplorativo” di Zingaretti: se non sarà possibile trovare un altro candidato di rilievo nazionale, il Partito Democratico si troverà nel dover scegliere se appoggiare la candidatura (di indubbio spessore) della Bonino (che precluderebbe l’alleanza con l’UDC di Casini, che ha già annunciato l’appoggio alla candidata del PDL Poverini, nell’eventualità il PD scegliesse questa strada), o proporre una propria cadidatura (circola il nome della Binetti, che nel pieno spirito di unità del partito avrebbe già minacciato di lasciare il partito nel caso in cui il partito optasse per il sostegno alla Bonino) che possa maggiormente compiacere gli alleati di centro.

Onestamente trovo pesante il ricatto della Binetti (ma la mia personale contrapposizione con la teodem non nasce certo da qui), e sebbene mi renda conto che il’6% (stimato) dell’elettorato che l’UDC rappresenta possa fare gola (ed essere poi l’ago della bilancia), credo che il Partito Democratico debba scegliere sulla base dei propri valori e non sulla base della convenienza delle alleanze. Se il valore è “governare”, allora ben vengano la Binetti e l’UDC; se il valore è “fare bene” (e questo implica il non essere ricattabili da chi, come accaduto per il Governo Prodi, pesa poco e pretende molto), allora deve essere valutata seriamente l’opzione dell’appoggio politico alla Bonino, considerando tra l’altro che per l’UDC, schierarsi con il PDL significherebbe (stando ai dati dei sondaggi elettorali) perdere un 2% secco di voti…

Per il Partito Democratico sarebbe inoltre un ulteriore segno di maturità proprio la capacità di saper appoggiare un candidato esterno al proprio organico (vale lo stesso per Vendola in Puglia, per altro), che segnerebbe il significativo passaggio da una logica di potere ad un impegno per far bene.

Purtroppo il tempo stringe: l’esame di maturità si avvicina e si sta ancora studiando….

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