Jan25

La vittoria di Vendola non è una sconfitta del PD

Nichi Vendola

Sinistra e Libertà via Flickr

Leggo sui giornali (online e non) che il Partito Democratico esce “sconfitto” dal risultato delle primarie pugliesi, che hanno visto un plebiscito (si parla di un dato finale vicino al 73%) per Nichi Vendola.
Questa visione di quanto accaduto in Puglia ieri mi trova profondamente in disaccordo. Innanzi tutto perché (come ho già avuto modo di dire) ritengo che l’essere capaci di appoggiare un candidato esterno al partito sia un importante segno di maturità. Scegliere un candidato sulla base di valori meritocratici e non sulla base della sfumatura di colore politico che si rappresenta non sarà nelle corde dell’attuale direzione del partito (che si vorrebbe a vocazione maggioritaria ma senza aver chiaro in mente come raggiungere il risultato), ma l’ampia partecipazione alle elezioni primarie (oltre 250.000 persone si sono messe in coda, al freddo, per votare) dimostra come sia invece nelle corde della base, del popolo del Partito Democratico, di coloro che si sentono sempre meno rappresentati da un partito che si voleva nuovo ed innovativo,  ed invece si ritrova oberato da pesanti retaggi e vincoli, diviso in se stesso (prima tra ex partiti, ora tra “mozioni”), incapace di trovare una linea efficace sia in tema di proposte sia nel ruolo di opposizione ad un governo che ormai fa il bello e (soprattutto) cattivo tempo.

Chi esce veramente sconfitto da questo risultato è la “classe politica”: sconfitta prima di tutto perché il “risultato popolare” ha radicalmente sconfessato un’alleanza praticamente già fatta con l’UDC, risultato di una “statica somma di consensi”, visione che sarebbe bene che il Partito Democratico superasse (gli altri facciano un po’ quello che vogliono). Sconfitta poi perché alle primarie si è giunti dopo innumerevoli richieste e tentennamenti, quando ormai si era con l’acqua alla gola (e questo nonostante l’istituzione delle primarie sia sancita addirittura dallo statuto del Partito come un mezzo chiave dell’attività del partito): in altri posti (come la Lombardia) il ricorso alle primarie è stato evitato con determinazione, nonostante avrebbe consentito di dare una maggiore “spinta” a Penati (e ne avrebbe davvero bisogno…).

Ora è importante che il segnale arrivi forte e chiaro alla dirigenza: il popolo del Partito Democratico ha deciso di essere più politicamente coerente del proprio “establishment” e sarà bene che questo si adatti alla nuova condizione democraticamente imposta; Vendola va appoggiato e sostenuto senza eccezioni e con il vigore che serve, perché in Puglia si deve vincere.

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Nov30

Un Partito che si vorrebbe “democratico”

Bossanostra via Flickr

Bossanostra via Flickr

Il Partito Democratico è nato con l’intento di costituire, sul panorama politico italiano, una novità: chi di noi non ricorda lo slogan del lancio, “non un nuovo partito ma un partito nuovo”. Poco dopo la fusione tra Margherita e Democratici di Sinistra che portò alla nascita del partito, il governo allora in carica (Prodi) cadde e il neonato partito, ancora in preda alle “convulsioni da fusione” (che tutt’ora non lo abbandonano, purtroppo), si ritrovò a dover fare opposizione ad un governo che invece fa dell’unità e dell’obbedienza al proprio leader maximo (Silvio Berlusconi) la propria carta principale. Va detto che l’opposizione avrebbe potuto essere fatta meglio, eccome: sarebbe stato necessario alzare di più la voce, mostrarsi più risoluti, evitare di cadere come pere cotte nella tela del ragno (con un cartello con su scritto “dialogo” grande così). Purtroppo a tutt’oggi (con il beneficio del dubbio per Bersani, al quale va dato un minimo di tempo) le spaccature interne al partito (ma anche più banalmente l’organizzazione interna ancora “in divenire”) sono pesanti e profonde al punto da pregiudicarne, su alcuni frangenti, l’azione politica stessa.

E’ però necessario che proprio gli stessi militanti del partito (ed i dirigenti di riflesso) si rendano conto di tutta una serie di contraddizioni che piagano i buoni propositi di pochi anni fa. La più palese di tutte riguarda la “democraticità” del partito stesso: si è ampiamente (e giustamente) condannato, da parte di molti esponenti del Partito Democratico e non solo, la nomina dei parlamentari tramite liste bloccate (meccanismo che tende a rafforzare casta e status quo politico) presente nella legge elettorale con la quale il precedente governo Berlusconi (a fine mandato) aveva cercato di rendere più difficile la probabile vittoria dell’allora opposizione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi (al punto che lo stesso leghista Calderoli, firmatario della legge, l’aveva poi definita “una porcata” durante la puntata di Matrix del 16 marzo 2006).
La lodevole (seppur poco “efficace”) opposizione al principio delle liste bloccate si scontra oggi però con le nomine “politiche” interne al partito, che aggirano il democratico meccanismo delle elezioni primarie (non necessariamente allargate a tutti i cittadini, naturalmente) che invece ha caratterizzato l’elezione del segretario nazionale solo poco tempo fa. Esempio lampante è la nomina di Penati come candidato unico del Partito Democratico per le ormai imminenti elezioni regionali: niente naturalmente contro Penati, ma in un partito che si vuole Democratico e vuole ristabilire il contatto con la base, non era proprio possibile far seguire alla candidatura dell’ex presidente della Provincia di Milano (sconfitto alle ultime elezioni provinciali) l’iter delle elezioni primarie, supportando con il riconoscimento “meritocratico” e “popolare” la candidatura. Certo i tempi non sono ampissimi, ma più che “inibire la democrazia”, questo dovrebbe insegnare al Partito la necessità di costruire con più continuità il proprio progetto politico: se è importante (e a mio avviso necessario) passare dalle primarie, non si poteva partire prima?

Purtroppo questa cattiva abitudine è piuttosto diffusa tra i partiti italiani (a destra come al centro ed a sinistra), ma l’intento del Pd non è proprio quello di distinguersi? Da quantomeno fiducia il fatto che il problema è ampiamente riconosciuto dalla base militante del partito, che non dubito si prodigherà (compatibilmente con le altre difficoltà che ne intralciano l’attività politica) per risolverlo…

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Oct26

Come cambierà ora il Partito Democratico?

Pier Luigi Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico. A decretarlo (per una volta) è stato il democratico meccanismo delle elezioni primarie, che hanno visto affluire al voto nel 3 milioni di italiani e sancire l’elezione di Bersani con oltre il 50% delle preferenze, contro il 30% dell’uscente Franceschini e l’ottimo 16% di Marino. Al di la delle percentuali di preferenze ottenute dai singoli candidati, il grande tema del giorno è indubbiamente l’affluenza alle urne. Non che i 3 milioni di cittadini che hanno preso parte al voto non fossero attesi (si prevedevano tra i 2 milioni ed i 2 milioni e mezzo di votanti), ma la conferma dei numeri delle primarie precedenti (quelle di Prodi e Veltroni, per intenderci) dà certamente un’iniezione di fiducia ai militanti. Non si deve però commettere l’errore di scambiare questa affluenza per un’approvazione dell’attuale andamento del partito, anzi… Andrà inoltre approfondita (ed affrontata) la questione della disaffezione dei giovani: pochissimi a detta di tutti quelli che si sono recati alle urne.

Inoltre, questa tornata di primarie dovrà necessariamente sancire l’inizio di una fase di “cambiamento” per il partito. Se così non fosse, dubito fortemente che l’elettorato del Partito Democratico darà nuovamente “carta bianca” alla dirigenza come è capitato in questa occasione. In particolare sarà assolutamente necessario che Bersani conduca il partito sulla via della compattezza politica, dell’individuazione di una linea politica, di valori di riferimento concreti e condivisi, di proposte concrete per portare da un lato il paese a rispondere alla situazione di difficoltà in cui si trova, dall’altro (naturalmente) a vincere le prossime tornate elettorali, a partire dalle regionali di marzo.

  1. La prima cosa che l’elettorato del Partito Democratico chiede a Bersani è di tornare a fare politica efficacemente, risolvendo le divisioni interne che hanno paralizzato l’azione del partito sino ad oggi. Questo non significa (non deve significare!) uniformare le posizioni di tutti gli aderenti al partito o l’imposizione di una linea specifica (la molteplicità di vedute deve essere convertita in un valore aggiunto), bensì utilizzare il dibattito democratico, a partire dai circoli fino ai livelli più alti, sulla scelta delle azioni da intraprendere, chiedendo poi ferma coerenza sulle decisioni democraticamente ottenute. Coloro che non si adegueranno a questa linea, dovranno necessariamente essere allontanati dal partito (ogni riferimento all’ambiente dei teodem in tema di laicità dello stato e diritti è puramente casuale): se si vuole un’opposizione efficace è importante che sia unita e compatta.
  2. Proprio nell’intento di individuare una concreta linea politica, vanno sin da subito affrontati, discussi e chiariti alcuni temi chiave: immigrazione, ecologia, lavoro economia e precariato, laicità dello stato, parità di diritti per tutti, giustizia, scuola e ricerca, conflitto d’interessi, radicamento sul territorio. Nessuno di questi temi deve essere lasciato indietro, perché “fare opposizione” non può significare solo urlare e sbraitare, ma deve concretizzarsi nella proposta di alternative concrete ed efficaci a quelle proposte dal governo.

Buon lavoro allora a Bersani ed a tutti gli attivisti del partito: i prossimi mesi saranno cruciali…

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Oct21

Desistere e combattere?

(kromeboy via Flickr)

(kromeboy via Flickr)

Siamo alle porte delle primarie del Partito Democratico e come ogni vigilia che si rispetti, è occasione per riflessioni ed analisi politiche. La mia posizione politica ormai dovrebbe essere piuttosto chiara, ma credo che stavolta stupirò qualcuno. La mia riflessione muove i passi dalla considerazione che in politica, come del resto in molti altri aspetti della vita, le scelte sono fondamentalmente due: parlare o agire.

Da un lato ci sarebbe la (comoda) possibilità di desistere, accettare l’attuale condizione di minoranza della Sinistra italiana; da questa posizione sarebbe si facile criticare l’operato del resto dello schieramento politico (impossibilitati ad agire, è fin troppo facile, non trovate?).
L’alternativa, l’unica alternativa, è quella di agire. E affinché gli sforzi profusi non vadano dispersi inutilmente, bisogna (volenti o nolenti) portare il maggior numero possibile di persone sulle proprie posizioni. E’ quasi futile a questo punto dire che per arrivare a ciò, si deve necessariamente andare ad agire sulla fetta di elettorato di maggioranza relativa più “vicina” alle proprie posizioni che (nel mio caso) altri non può essere che il Partito Democratico. Piaccia o meno, si tratta dell’unico partito di centro-sinistra in grado di ambire, in condizioni ottimali, ad un ruolo di governo, alla possibilità di trasformare in azioni efficaci idee e proposte.

Oltretutto nel Partito Democratico, a compensare la presenza dei Teodem della Binetti, devono (DEVONO) esserci anche gli elettori dei vecchi DS, che come il sottoscritto vedranno con il fumo negli occhi l’immobilità nella quale le spaccature interne ed il “melange” di correnti incompatibili del PD lo trattengono. Tra gli altri, rincuora la presenza di un politico come Marcello Saponaro, che proprio in questi giorni ha definito ufficialmente la sua adesione al progetto del Partito Democratico.

Lo ammetto candidamente: ho sperato fino a poco fa che qualcuno degli esperimenti di creare qualcosa di concreto a sinistra del PD potesse prendere forma. Ci ho sperato perché ritengo l’attuale PD una scelta strategico-politica profondamente sbagliata, e la penso così da ben prima del congresso che ne sancì la nascita. Purtroppo la sinistra italiana ha avuto la straordinaria abilità di auto-distruggersi a suon di spaccature, dialoghi sterili ed iniziative falsamente condivise, e con il misero 3% di voti che oggi raccoglie non può essere che (dolorosamente) definita un malato terminale.

Ciò detto, non si può ignorare ciò che non va nel Partito Democratico, la profonda inadeguatezza dell’attuale partito all’importante ruolo che gli si vuole assegnare: sarebbe ancora più irresponsabile che rimanere nell’ozio, accettando la sconfitta e la minoranza cronica. Diventa allora imprescindibile intraprendere una strada attiva, che cerchi almeno di correggere quelle evidenti problematiche.

Se bisogna morire, meglio morire combattendo: questa domenica andrò a votare alle primarie (sul chi, tra Bersani e Marino, devo ancora decidere e davvero tra i due ci sono pochi spunti positivi in base ai quali scegliere) e poi valuterò quali altre azioni sono alla mia portata…

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Oct3

Una vera opposizione

Emmanuele Contini via Flickr

Emmanuele Contini via Flickr

Dopo la figuraccia di ieri, ora il Partito Democratico cerca di correre ai ripari. Lo fa da un lato con le “solite scuse” (dei 29 assenti, alcuni erano in malattia, altri in missione, altri ancora a trovare la nonna, qualcuno al bagno…), dall’altro con l’ipocrisia politica del richiedere punizioni a quei parlamentari che, non giustificati, non erano in aula. Ipocrisia perché il lavoro di parlamentare è un lavoro che si fa giorno dopo giorno, non solo nelle occasioni importanti, non solo a Porta a Porta o Ballarò, ma in ufficio e dietro i banchi di Camera e Senato, con impegno e dedizione. Tutti. Sempre. L’assenteismo in Parlamento non è una novità ed un partito che pretende di essere nuovo (e serio?) dovrebbe mettere in atto tutte le iniziative possibili al fine di contrastarlo al proprio interno.

D’altra parte, abbiate pazienza e fatemelo dire fuori dai denti, in “che cosa” esattamente il Partito Democratico sarebbe un partito di nuova concezione? Un partito realmente democratico, in un periodo di egemonia culturale e mediatica come quella che stiamo vivendo, dovrebbe pensare a cosa come elezioni dirette (tramite le ormai mitiche “primarie”) dei candidati delle liste elettorali (tutte, comunali, regionali, nazionali…), in modo da consentire agli elettori e non agli attivisti (che poi scelgano veramente, qualche dubbio ce l’ho) la scelta di coloro che andranno a votare. Chi se ne frega del segretario di partito, ci vuole meritocrazia sin dalle cariche di consiglieri comunali, e chi non è all’altezza non prenderà voti, fine, a casa. Perché non può esserci totale trasparenza nella scelta dei propri rappresentanti? Si è mica detto di essere contrari a questa legge elettorale? Allora che si corra ai ripari facendo scegliere alla base i rappresentanti, a prescindere che questi siano poi inseriti in liste bloccate o meno. E se Grillo si candida, perché dovrebbe avere meno chance di un altro pinco pallino qualsiasi? Le sue proposte verranno analizzate e dibattute, accantonate quelle non condivise, votate e proposte quelle valide ed interessanti: perché no!

Bisogna poi invogliare e coinvolgere la base, nelle piazze. Bisogna riuscire a consentire a chi ha idee e buona volontà di candidarsi alle cariche di rappresentanza ed ottenere la visibilità ed i voti che merita, perché è dal basso (dal numero, dalla “massa”) che vengono le buone idee: perché i circoli non coinvolgono le persone? I dibattiti che (immagino) si svolgono al loro interno, hanno un qualche ritorno o rimangono solamente parole in aria?

Rimane poi la questione del ricambio generazionale: i nostri rappresentanti politici di primo piano sono ormai triti e ritriti, riciclati. E’ assolutamente necessario garantirsi, sin dall’interno del partito, un ricambio: 2 mandati (10 anni) per incarico, poi si andranno a ricoprire altri ruoli, altre mansioni, con nuove idee, nuovi stimoli, nuove faccie.

Un’opposizione seria, inoltre, deve essere dura, seria (e presente) giorno per giorno: rappresenta per definizione una minoranza del paese, se non è più che feroce che senso ha? C’è bisogno inoltre di un’opposizione propositiva, non solo di “contrasto”. Il contrasto (forte, deciso, indefesso) va assolutamente fatto e va fatto utilizzando tutti i mezzi a propria disposizione (soprattutto considerando che il 90% di questi è in mano all’attuale governo), ma è importante che si abbia un programma preciso, dei valori condivisi, che sulla base di questi valori si facciano delle proposte concrete, a prescindere che trovino poi un riscontro positivo in parlamento. E’ in questo modo che si rende difficile la vita ad un governo come quello attuale, è così che si costruiscono le premesse per essere eletti al turno elettorale successivo, non certo dibattendo al proprio interno sulla data migliore di un congresso svuotato da qualsiasi senso logico.

Se l’opposizione è quella che c’è oggi, signori e signore, siamo decisamente candidati a non governare per ancora molti, lunghissimi e dolorosissimi anni. Berlusconi o non Berlusconi.

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Feb17

Terremoto Sardegna

Pd Alghero via Flickr

"Pd Alghero" via Flickr

Il giorno dopo, eccoci qua a commentare; lo sapevamo, ce la aspettavamo, è arrivata: la scoppola rimediata da Soru (e da tutto il Pd) alle regionali sarde è l’ennesima conferma che l’elettorato non gradisce (o non comprende, poco via) l’impostazione politica dell’opposizione.
Ora naturalmente scatta il terremoto: Veltroni rimette il mandato, critiche a non finire, polemiche, accuse e recriminazioni. Polemiche sterili, visto che la situazione del Partito Democratico è sotto gli occhi di tutto da un pezzo: un partito profondamente diviso, con fazioni che cambiano di composizione a seconda degli argomenti da affrontare (etica, collocamento politico in Europa, scelte politiche strategiche).

Un partito immobile, inerme ed imbelle, che non contrasta (non, neppure “inefficacemente”) una maggioranza sempre più audace (al punto da arrivare allo “scontro istituzionale” con il Capo dello Stato). Un partito per il quale si ptrebbe cominciare ad usare pertinentemente la locuzione “accanimento terapeutico”.
All’orizzonte (cupo), le elezioni europee di giugno, in nome della cui “proposta politica unitaria” si è rimandato ad ottobre il Congresso del partito (occasione che avrebbe probabilmente consentito di fare chiarezza sullo stato di salute del Pd al limite dichiarandolo “clinicamente morto”), oggi più che mai necessario: le divisioni e le spaccature interne al partito, acuite da questa ennesima sconfitta, avrebbero forse potuto essere arginate e rimarginate con un atteggiamento più responsabile ed una terapia di lungo corso; l’attesa delle elezioni europee ed il risultato che ci possiamo aspettare (piuttosto magro, visto l’andazzo) potrebbero non lasciare via di scampo all’unità del Partito…

Lodevole il gesto di Soru, che a giochi ormai fatti ha dichiarato che “il suo futuro è nel Partito Democratico”. Il dubbio che rimane è se il Partito Democratico sarà qui ancora a lungo per darglielo, un futuro…

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