Apr18

Italiani, e adesso?

discussioni, inutili ormai...

ro_buk via Flickr

Presto o tardi (presto, presto…) la cassa integrazione per le aziende che vi hanno fatto ricorso, terminerà. La prima tranche è in scadenza in questo periodo, un’altra (grossa) fetta terminerà a settembre, un’ultima a fine anno. E visto che la crisi non accenna a ridurre il morso (anche perché, come già detto, in Italia va ad attecchire su una crisi strutturale che certo non aiuta), ci sono ahimè poche prospettive per tutti coloro che si troveranno a casa.

Naturalmente il governo italiano non sta facendo sostanzialmente nulla per combattere la crisi: da un lato Tremonti che chiede rispetto per i parametri vitali dell’economia italiana (salvo far crescere il rapporto debito/PIL a livelli che non vedevamo da anni), dall’altro Berlusconi che è certo più interessato a salvare Alitalia (regalandola ad un paio di amichetti) che non a sostenere la ripresa, o semplicemente estendere gli ammortizzatori sociali a coloro che non ne hanno (i precari su tutti), il risultato è che mentre gli altri paesi hanno affrontato la questione e cominciano a vedere la luce in fondo al tunnel, noi continuiamo ad andare avanti con il cerino che ci scotta le dita.

Nel frattempo, la forbice tra ricchi e poveri aumenta: chi ha soldi da investire (questo è il momento buono), si arricchisce ancora di più, mentre la stragrande maggioranza degli italiani fatica non più ad arrivare a fine mese, ma anche a raggiungere la terza settimana.

Considerando numeri, percentuali e cifre, vorrei chiedere a tutti quei “cassa integrati” (perchè ce ne sono, e sono tanti) che hanno votato Silvio Berlusconi o i partiti che lo sostengono (Lega Nord in primis), e che si accorgeranno di aver portato al governo il massimo esponente di un’elite che certo non punta all’interesse dei lavoratori, ma semmai a quello degli imprenditori: che mi dite adesso? Che si fa, lo si vota ancora credendo che arriveranno i marziani e porteranno l’Italia (senza extranegri, per carità!!) su un altro bellissimo pianeta tutto nostro dove vivremo e prospereremo? Mi viene in mente una strofa di una vecchia canzone: “chiuditi nel cesso, se no l’uomo nero ti mangerà”.

Peccato che a quel punto, quando se ne renderanno conto, finita la cassa integrazione, sarà tardi… chissà se ci saranno ancora le elezioni, tra l’altro…

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Nov11

In Italia c’è un’emergenza Giustizia

glamismac via Flickr

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In Italia c’è un’emergenza Giustizia. Assolutamente vero, quasi lampante oserei dire. Purtroppo per il nostro Presidente del Consiglio però, l’emergenza non sono le “toghe rosse” (mi si faccia il piacere!), l’emergenza non riguarda i processi che da anni sta tentando di bloccare facendo danni a destra ed a manca (ma se è innocente, perché non farsi processare? I costi giudiziari vengono poi rimborsati, solitamente, dal condannato…).

L’emergenza giustizia in Italia è proprio il contrario di quanto Silvio Berlusconi vorrebbe far passare: il problema in Italia è l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, e questo non solo in riferimento alla persona di Silvio Berlusconi, ma anche in molti altri frangenti dove si usano due pesi e due misure (mi riferisco ad esempio alle sentenze di condanna per i fatti di Genova).

Il problema giustizia in Italia è la giustizia sociale: agli imprenditori amici del Cavaliere è stata donata la parte buona di Alitalia (che comunque riescono a far andare male -.-), mentre la crisi sta lasciando a casa 46.000 lavoratori a tempo indeterminato (ovviamente sui contratti a progetto ed a tempo determinato che non vengono rinnovati, oltre a tutti gli extracomunitari in nero lasciati a casa, non ci sono dati certi) e le famiglie faticano sempre di più a tirare la fine del mese.

Il problema giustizia in Italia sono i 1000 morti l’anno sul lavoro (la Guerra Bianca), dei quali nessuno sa nulla e che tra “prescrizione”, “errore umano” e “fatalità” non vedono quasi mai condanne degne di questo nome, soprattutto se a lasciarci le penne sono cittadini extracomunitari clandestini, che vengono “ritrovati” in qualche campo a chilometri di distanza…

Il problema giustizia in Italia sono le morti in mano alla Polizia, che cominciano con Carlo Giuliani, passano per Federico Aldrovandi, arrivando a Stefano Cucchi tramite migliaia di altri carcerati e/o fermati pestati da “componenti deviate” delle forze dell’ordine, di cui queste però non riescono a liberarsi. Anche in questo caso, le sentenze sono quasi ridicole (per Aldrovandi, ai quattro poliziotti riconosciuti colpevoli sono stati dati 3 anni e 6 mesi, per aver lanciato una bottiglia molotov contro la porta di un carcere durante gli scontri del G8 a Genova, Marina Cugnaschi si è presa 16 anni di reclusione) ed è solo grazie alla testimonianza di un clandestino che (forse) riusciremo ad avere un po’ di verità su quanto accaduto (ed insabbiato) a Stefano Cucchi.

L’emergenza Giustizia, in Italia, c’è eccome; e sarebbe ora che il Governo (e l’opposizione) pensasse(ro) a risolverla seriamente, anziché tentare di tirare fuori Berlusconi dai suoi processi…

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Oct20

Un modello fallimentare

cina-lavoratoriQuesta notte guardavo l’ultima puntata di Report (il tempo è quello che è) . Si tratta della puntata la cui prima parte è dedicata alle “imprese che resistono”, alla concorrenza sleale cinese nel settore dei poltronifici di Forlì. Tema toccante e sentito, naturalmente, ma che scoperchia un vaso di pandora di altri problemi: pressione fiscale troppo elevata (diretta conseguenza della pesante evasione, naturalmente), leggi sui contratti di lavoro pensate per favorire unicamente i datori di lavoro (favorendo così anche le aziende di cinesi che sfruttano e segregano i propri dipendenti, tema centrale del pezzo di Report), controlli sul lavoro inesistenti (complessivamente, a Forlì, 12 nel 2006, ben 5 nel 2007), etc etc…

Il problema più grosso che il pezzo di Report mette in risalto, però, non è quello della concorrenza sleale delle aziende di immigrati sfruttatori, ne tanto meno la crisi che in modo più o meno marcato sta colpendo il nostro (già di suo alquanto disastrato) paese, bensì il problema di un modello economico ormai fallimentare, assolutamente inadatto ai tempi globalizzati che stiamo vivendo. Positiva o meno che sia (e qui si aprirebbe non un altro capitolo, ma un libro intero, nella fattispecie “No Logo”, di Naomi Klein) la globalizzazione selvaggia non è più un’ipotesi ma una realtà concreta, oserei dire un muro di mattoni contro cui si infrangono le speranze di molti degli imprenditori nostrani.

Questa si che è una crisi, ed è una crisi generalizzata, che abbraccia l’insieme dell’industria italiana (ed europea, probabilmente), alla quale però ancora stentiamo a dare una risposta, a reagire. Molto meglio piangersi addosso, chiedere norme protezionistiche che rimandano il problema senza risolverlo. Poi però non si esita ad accoltellare il proprio vicino per qualche spicciolo (sempre con riferimento a quanto detto domenica sera a Report). Invece di puntare sulla qualità, o sull’innovazione, sull’esperienza, inventarsi qualcosa di nuovo, preferiamo scendere nell’arena del più forte a combattere la battaglia già persa della riduzione all’osso dei costi, con danni irreparabili a livello sociale (più disoccupati, meno potere d’acquisti, il circolo vizioso che ne consegue).

D’altra parte per fare un salto di qualità, per rispondere a questa crisi, servirebbero imprenditori coraggiosi e governi competenti, qualità che purtroppo paiono essere poco diffuse nell’occidente “capitalista”…

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Oct8

Internet sul lavoro è sempre una perdita di tempo?

Slaving for The Man™ Lavoro ormai da qualche anno a diretto contatto con le infrastrutture informatiche di aziende di dimensione e filosofie piuttosto variamente assortite. Mi sono occupato (sempre per conto dei clienti ed in base a ciò che mi veniva di volta in volta richiesto) di limitare o consentire la navigazione web dei dipendenti nei e con le considerazioni più disparate.

Qualche tempo fà, poi, mi sono trovato di fronte ad un dato statistico riportato da downloadblog (che a sua volta cita Arstechnica) che ci dice che mediamente il 25% del tempo lavorativo viene utilizzato per “navigazione personale su internet”. Ora, al di là dell’assurdità del dato in sé (considerando tutti i lavoratori che non hanno accesso ad internet, dovremmo concludere che quelli che ce l’hanno lo usino “a scopo personale” per ben oltre il 100% del proprio tempo lavorativo), voglio provare a porre una questione di fondo, magari dando uno spunto per un minimo di discussione: dove sta il confine tra “personale” e “per lavoro”?

Cerco di spiegarmi: non voglio nascondermi dietro un dito, una significativa parte del mio tempo “lavorativo” è spesa controllando e rispondendo a mail personali, leggendo feed rss tra i più disparati (compresi alcuni fumetti, video più o meno divertenti, articoli di politica), seguendo in modo più o meno assiduo (in modo inversamente proporzionale alla mole di lavoro arretrata, solitamente) alcuni tra i più usati social network. Non solo non voglio nascondermi dietro ad un dito, in realtà, ma anzi non faccio assolutamente nulla per nascondere questa mia attività: spesso e volentieri è tornata comoda in prima battuta proprio ai miei clienti, che hanno usufruito di contatti personali, conoscenze, spunti, idee per migliorare la loro produttività, o semplicemente per ottenere un servizio migliore, da o attraverso di me.

La mia è indubbiamente una posizione felice, sotto questo punto di vista: facendo il consulente, mi occupo essenzialmente di vendere “conoscenza” ed è quindi ipotizzabile un’assimilazione del tempo passato “a zonzo per internet” come parte di un investimento in “formazione professionale”; meno vero potrebbe risultare per un operaio il cui compito sia quello di avvitare lo stesso bullone 8 ore al giorno (anche se in questo caso mi chiedo dove sarebbe l’accesso ad internet ed a che aspetto del lavoro gioverebbe).

Eppure fatico ad entrare in quest’ottica: non sono convinto che nella “società dell’informazione” si possa ancora catalogare l’accesso alle notizie, alla conoscenza, alla Rete come “personale”, scindendo questo in modo netto e puntuale rispetto a quella che invece è parte dell’attività lavorativa.
Si tratterebbe a mio avviso di una concezione piuttosto miope, considerando la direzione che il mondo del lavoro và imboccando… d’altra parte, non sarebbe l’unica…

Sia ben chiaro: non voglio giustificare l’occupazione di risorse aziendali per fini personali. Ciò che intendo dire è che potrebbe risultare poco lungimirante considerare non interconnesse (soprattutto dal punto di vista dell’informazione e della conoscenza) la sfera privata e quella lavorativa…

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Jul1

Un presidente imprenditore

dscf1271.jpg Molti ricorderanno la campagna pubblicitaria delle elezioni del 2001, quando manifesti giganti raffiguranti il bel faccione di Silvio Berlusconi richiamavano l’attenzione sul “Presidente Operaio” e via dicendo. Alla luce dei fatti (anche non recentissimi) si conferma per l’ennesima volta la vocazione prettamente imprenditoriale dell’attuale Presidente del Consiglio, che tra una legge “ad personam” e l’altra, trova anche il tempo di dare un contentino agli imprenditori suoi simili a discapito dei lavoratori, già frustrati da anni di stagnazione.

Tra le 32 pagine della manovra finanziaria entrata in vigore oggi (ed ampiamente spiegati nell’ottima serie di articoli del Sole 24 Ore), scopriamo l’articolo 21, che legifera in materia di contratti di lavoro a tempo determinato. Cito dalla spiegazione del Sole 24 Ore:

Articolo 21. Contratti di lavoro a tempo determinato.
I contratti a termine sono consentiti anche per l’ordinaria attività del datore. Previste nuove eccezioni alla trasformazione automatica del rapporto a termine in tempo indeterminato dopo 36 mesi; viene limitato il diritto di precedenza nelle assunzioni di chi ha avuto contratti a tempo determinato. Gli effetti delle modifiche verranno verificati dopo due anni in tavoli congiunti e il Parlamento entro tre mesi deciderà se confermarle.

In sintesi quindi, piazza pulita delle garanzie sui contratti a tempo determinato. Nuovi limiti alla trasformazione automatica, allargamento dell’ambito in cui sono applicabili, niente più precedenza a chi era a tempo determinato.
C’è poi l’articolo 23, che riguarda l’apprendistato, tecnica ad oggi (ab)usata per sottopagare tutti i minori di 26 anni indipendentemente dal loro livello di specializzazione, in modo simile agli stage, una delle grandi piaghe del lavoro giovanile, che da oggi sarà esteso anche al campo dei dottorati di ricerca.

A questo punto vorrei fare una domanda a coloro che Berlusconi l’anno votato, ed in particolar modo ai giovani precari: qualche dubbio, anche piccolo piccolo, vi sta sorgendo?

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Feb27

Rifare una macchina con rsync

E’ possibile “migrare” da una macchina all’altra usando rsync?

Si. Facendo attenzione all’hardware, alle partizioni, al /proc, /sys e /dev, all’accelerazione grafica, al suono e via dicendo, ma si.

Ora però, dopo 4 ore di lavoro su questo, vado a dormire.

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