Nov30

Informazione dal basso? “Usare con cautela”

Anni '70 La bozza di questo post ha ormai una certa età: diciamo alcuni mesi. In tutto questo tempo l’ho aperta spesso, l’ho riletta, riscritta, stravolta, ripensata, ogni volta tentennando sul pubblicarla o meno. Stavolta ci provo, lo pubblico.

L’argomento è delicato: la sempre maggior diffusione di Internet nella case dei nostri concittadini (ma il discorso vale analogamente allargato al mondo intero, in qualche modo), l’incremento di notorietà ed uso di strumenti quali social network e blogs stanno portando alla luce una nuova fonte di informazione, costruita dal basso stavolta, ma pur sempre “media”. Non voglio entrare nel merito, stavolta, della difficoltà di districare da questa immensa matassa le informazioni di qualità (aspetto per altro che ho già avuto modo di toccare in diverse occasioni), ma puntare piuttosto il dito sulla responsabilità che questa parola (“media”) comporta e di quanto spesso si fatichi a prenderne coscienza.
Il sogno (utopia?) di un’informazione realmente partecipata, imparziale, umana si trova oggi di fronte alla necessità di fare un “salto di qualità” al fine di poter acquisire lo status di “media”: si tratta proprio della presa di coscenza della responsabilità, del potere che l’informazione ha nella nostra società.

La chiamiamo “Era dell’Informazione” non a caso: al giorno d’oggi l’informazione ha ripercussioni incredibili e dirette sulla società. Pensiamo semplicemente ai rifiuti di Napoli: c’è stato, appena prima delle elezioni, un battage insistente e violento sulla questione. Poi il Governo Berlusconi è stato eletto, ha dichiarato di aver risolto la questione e la copertura mediatica si è praticamente azzerata. Nelle menti di tutti c’è la sensazione che, in un modo o nell’altro, tra scontri e imposizoni, la questione sia risolta nel suo complesso. Basta però fare una telefonata ai nostri conoscenti nella zona, magari in periferia, o semplicemente fare qualche ricerca su Google News, per scoprire che la realtà è un’altra, che la spazzatura è ancora la (tranne nel centro storico). Lo stesso discorso vale per il problema “sicurezza”, tema sul quale l’attuale Governo ha (stra)vinto le elezioni e che oggi passa in secondo piano, apparentemente risolto, senza che vi sia stato, in realtà, alcun apprezzabile miglioramento.

Questo è il potere dell’Informazione ed è importante che chi, nel mondo dei blog ma non solo, ha velleità di fare informazione ne prenda profondamente (e rapidamente) coscienza. Le fonti da cui attingere sono tante, tantissime, ma il problema è sempre li: verificare, usare la testa, cercare conferme, essere prudenti.

La linea che divide il Giornalismo e la Demagogia è sottilissima. E’ importante imparare a comprenderla e individuarla; solo allora potremo sperare di dare al nostro Paese un’informazione impariziale e partecipata. Prima, non proviamoci nemmeno.

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Oct21

Liquida: valorizzare i contenuti del web (reloaded)

Bubbles Non è la prima (e non sarà certo l’ultima volta) che mi trovo a scrivere di internet e del valore dei suoi contenuti, della rivoluzione che la produzione personale (i blog e quello che vi gira attorno) rappresenta. Per inquadrare il fenomeno, citiamo qualche dato: una stima indica che in Italia ci siano oltre un milione di blog, di cui 300.000 attivi. 1500 nuovi blog nascono ogni giorno (ed una certa quantità ne muore, ovviamente). I contenuti prodotti da questo nuovo media (testi, foto, video, musica) sono letteralmente un fiume in piena, in grado di travolgere senza possibilità di salvezza coloro che anche solo pensassero di poterne leggere una parte consistente.
Inutile dire che non tutto il contenuto prodotto è di valore, anzi. La stragrande maggioranza di ciò che viene quotidianamente scritto sul web è di valore infimo, praticamente nullo: si tratta di contenuti “ripresi da altre fonti” (quotati), si tratta di argomentazioni futili (“bella zio!”), non pertinenti, o semplici contenuti prettamente personali (“ieri sera sono andato al cinema e mi sono molto divertito. Bella zio.”). In mezzo a questo rumore, però, si cela contenuti interessanti, in alcuni casi anche di notevole artistico e culturale, il cui accesso è reso di più in più difficoltoso dalla massa di informazioni che ci sommerge.

Gli approcci per risolvere il problema (quello di far emergere dal rumore i contenuti di valore, e solo quelli) sono essenzialmente due: un approccio “algoritmico” ed un approccio “sociale”.

  • L’approccio algoritmico consiste nel collezionare e catalogare tutto il contenuto del web, utilizzando algoritmi automatici (tramite degli spider). Il compito di affinare la ricerca in mezzo alla massa di contenuti indicizzati, viene lasciata all’utente, che deve inserire una serie di parole chiave al fine di estrarre dal “flusso” i contenuti che l’algoritmo ritiene pertinenti. Il vantaggio di questo approccio sta nell’automatismo con il quale il lavoro “sporco” (l’indicizzazione) viene compiuto. Lo svantaggio sta in parte nella probabile imprecisione dell’algoritmo, ma soprattutto nella difficoltà di proporre all’utente dei contenuti che non cerca, di essere propositivo. Per di più, l’algoritmo non è in grado di discernere di per sé un contenuto di qualità, o originale da una citazione: non fa altro che “incasellare”, classificare, ordinare e riproporre a richiesta. Un classico esempio di questo genere di approccio sono i motori di ricerca.
  • L’approccio sociale, da questo punto di vista, funziona molto meglio: agli utenti viene chiesto di rendere “computazionalmente intellegibile” il proprio contenuto (tramite ad esempio l’uso di tag, in questo caso in grado anche di aiutare un eventuale algoritmo automatico) e/o di provvedere a catalogare “manualmente” il contenuto del web: non solo quello prodotto dagli utenti stessi, ma anche quello che non fosse stato eventualmente catalogato dall’autore. Il vantaggio principale di questo approccio sta nell’intelligenza umana, in grado di discernere tra contenuti di qualità differente, di marcarli adeguatamente (aggiungendo pertinentemente ai tag persino parole che non sono contenute all’interno del testo) ed infine di proporli propositivamente, magari tramite un sistema di votazione. Lo svantaggio, purtroppo, emerge sempre più chiaramente: se qualcosa costa fatica, saranno in pochi (pochissimi) a farla, mentre per catalogare l’enorme mole di informazioni che il web propone servirebbe una massa critica decisamente importante. Di sistemi che usano un approccio sociale all’organizzazione dei contenuti in rete ne troviamo molti, da Digg a Delicious, ma tutti si scontrano con il problema del necessario, ma “scarso”, intervento umano.

Come sappiamo però, la virtù sta nel mezzo ed ecco allora un interessante esperimento che cerca di trarre dai due approcci il meglio: Liquida.
Si tratta di un “valorizzatore di contenuti“, uno strumento che punta non solo a far emergere dal “mare magnum” della blogopalla (blogosfera, “blog” o “nuovi media” che dir si voglia) i contenuti di maggior valore, ma punta anche ad affermarsi come strumento facile da usare, in grado di essere utilizzato e sfruttato in tutte le sue potenzialità anche dagli utenti meno esperti (e qui è un po’ una lotta contro i mulini a vento, sigh).

Il funzionamento di Liquida è piuttosto semplice da descrivere (anche se tecnicamente è tutta un’altra cosa): utilizza una serie di spider che (tramite l’analisi semantica di una elaborata intelligenza artificiale) provvedono a “marcare” (applicare tag, parole chiave) i post presenti nei blog censiti. L’intelligenza artificiale stessa provvede ad una prima “scrematura” dei contenuti: vengono eliminati quelli troppo corti (come esprimere qualcosa di seriamente interessante in meno di 200 battute?) e quelli che presentano contenuti osceni o offensivi. Il servizio per il momento dovrebbe essere limitato ai post in lingua italiano, ma mi è capitato di trovarci dentro anche post in inglese, quindi su questo non metterei la mano sul fuoco.
Proprio questa parte di “scrematura” algoritmica è il cuore pulsante di Liquida: il motore semantico provvede in più passaggi ad analizzare vari fattori (dai classici “page rank” e “link in ingresso” all’analisi dei commenti ricevuti) in modo da valorizzare maggiormente i contenuti che rispecchiano tutti quegli aspetti tipici dei “post interessanti”. Inutile dire che qualcosa andrà inevitabilmente perso in questo processo di “macinazione”, ma il fatto che il motore sia stato appositamente tarato per questo compito (e non sia invece “adattato”, come accade per i più comuni motori di ricerca) rappresenta un punto di originalità.

E’ possibile navigare Liquida per tag, utilizzando il motore di ricerca integrato (ed in questo frangente si comporta sostanzialmente come un motore di ricerca), oppure appoggiandosi all’analisi dei “temi del giorno” che consente di proporre agli utenti gli articoli che affrontano gli argomenti di attualità.
La struttura a “portale” di Liquida, inoltre, dovrebbe consentire di guidare in modo intuitivo gli utenti che si avvicinano per la prima volta al mondo dei blog, composto al momento da oltre 6500 blog ed oltre 260.000 post, cifre di tutto rispetto.

Infine (ma non per importanza, anzi!), Liquida propone una versione originale e “redazionale” dei contenuti, il Magazine: i contenuti di maggior valore vengono quotidianamente raggruppati in articoli che ne riporta stralci ed opinioni, aggregati in un collage propositivo (eseguito da redattori in carne ed ossa, corretto e controllato come la tradizione giornalistica vuole). Il livello attuale del Magazine mi lascia onestamente ogni tanto perplesso, ma l’idea è buona e ci sono prospettive concrete di miglioramento.

Quello che a mio avviso manca ancora su Liquida è la parte “sociale” del sistema (anche se viene parzialmente introdotta in queste ore, purtroppo in una pagina dedicata e non direttamente in home page), che consenta di integrare gli algoritmi prettamente automatici (che soffrono, nonostante l’intelligenza artificiale, della classica “miopia da elettronica stupida”) aumentando così il valore dei contenuti proposti e/o suggeriti. D’altra parte proprio la mancanza (ma sarebbe forse lo stesso anche tramite l’assegnazione di un peso ridotto) è il fattore che consente di valorizzare anche i contenuti prodotti da autori meno “noti” dei soliti protagonisti…
Interessante e da sottolineare anche l’aspetto di “business” legato a Liquida, che nasce e si propone con un chiaro piano aziendale, forse uno dei primi legati all’analisi dei contenuti generati dagli utenti.

Nel complesso, Liquida è un progetto interessante (non dimentichiamo che è ancora in beta): nulla di innovativo (non sò ovviamente cosa ci sia “sotto la carrozzeria”), ma un utile strumento per districare ancora un po’ quella matassa che sono gli User Generated Contents, con buone prospettive per il futuro.

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Oct8

Internet sul lavoro è sempre una perdita di tempo?

Slaving for The Man™ Lavoro ormai da qualche anno a diretto contatto con le infrastrutture informatiche di aziende di dimensione e filosofie piuttosto variamente assortite. Mi sono occupato (sempre per conto dei clienti ed in base a ciò che mi veniva di volta in volta richiesto) di limitare o consentire la navigazione web dei dipendenti nei e con le considerazioni più disparate.

Qualche tempo fà, poi, mi sono trovato di fronte ad un dato statistico riportato da downloadblog (che a sua volta cita Arstechnica) che ci dice che mediamente il 25% del tempo lavorativo viene utilizzato per “navigazione personale su internet”. Ora, al di là dell’assurdità del dato in sé (considerando tutti i lavoratori che non hanno accesso ad internet, dovremmo concludere che quelli che ce l’hanno lo usino “a scopo personale” per ben oltre il 100% del proprio tempo lavorativo), voglio provare a porre una questione di fondo, magari dando uno spunto per un minimo di discussione: dove sta il confine tra “personale” e “per lavoro”?

Cerco di spiegarmi: non voglio nascondermi dietro un dito, una significativa parte del mio tempo “lavorativo” è spesa controllando e rispondendo a mail personali, leggendo feed rss tra i più disparati (compresi alcuni fumetti, video più o meno divertenti, articoli di politica), seguendo in modo più o meno assiduo (in modo inversamente proporzionale alla mole di lavoro arretrata, solitamente) alcuni tra i più usati social network. Non solo non voglio nascondermi dietro ad un dito, in realtà, ma anzi non faccio assolutamente nulla per nascondere questa mia attività: spesso e volentieri è tornata comoda in prima battuta proprio ai miei clienti, che hanno usufruito di contatti personali, conoscenze, spunti, idee per migliorare la loro produttività, o semplicemente per ottenere un servizio migliore, da o attraverso di me.

La mia è indubbiamente una posizione felice, sotto questo punto di vista: facendo il consulente, mi occupo essenzialmente di vendere “conoscenza” ed è quindi ipotizzabile un’assimilazione del tempo passato “a zonzo per internet” come parte di un investimento in “formazione professionale”; meno vero potrebbe risultare per un operaio il cui compito sia quello di avvitare lo stesso bullone 8 ore al giorno (anche se in questo caso mi chiedo dove sarebbe l’accesso ad internet ed a che aspetto del lavoro gioverebbe).

Eppure fatico ad entrare in quest’ottica: non sono convinto che nella “società dell’informazione” si possa ancora catalogare l’accesso alle notizie, alla conoscenza, alla Rete come “personale”, scindendo questo in modo netto e puntuale rispetto a quella che invece è parte dell’attività lavorativa.
Si tratterebbe a mio avviso di una concezione piuttosto miope, considerando la direzione che il mondo del lavoro và imboccando… d’altra parte, non sarebbe l’unica…

Sia ben chiaro: non voglio giustificare l’occupazione di risorse aziendali per fini personali. Ciò che intendo dire è che potrebbe risultare poco lungimirante considerare non interconnesse (soprattutto dal punto di vista dell’informazione e della conoscenza) la sfera privata e quella lavorativa…

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Apr26

Travaglio al V2-Day

Ieri a Torino non c’ero. Alberto mi aveva invitato, poi la stanchezza accumulata nelle ultime settimane mi ha spinto a concedermi (finalmente) una mattinata di riposo. In parte, di non essere andato, me ne sono pentito. A contribuire al pentimento, di sicuro, l’intervento di Marco Travaglio, che consiglio a tutti di ascoltare: ecco la prima parte, in attesa della seconda.

La denuncia ad un giornalismo asservilito al potere (e non sempre solo quello politico) è partita diverse volte anche da queste pagine, quindi non posso esimermi dal dare risalto, in questa occasione, alla campagna lanciata da Beppe Grillo.

Mi chiedo se sono ancora in tempo a firmare per i referendum…

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Mar13

L’umanità dimenticata: quanta informazione?

La qualità dell’informazione dei nostri mass media è al limite della decenza: non lo dico io, è stato più volte ribadito da fonti autorevoli. Per di più, è in “peggioramento”, almeno secondo un’indagine di Medici Senza Frontiere che denuncia una copertura mediatica inferiore all’8% del totale per quanto riguarda le crisi umanitarie, spazio che si è ridotto rispetto allo scorso anno (era il 10%).
La qualità del rapporto di Medici Senza Frontiere è resa ancora più attendibile (almeno per quanto mi riguarda) dalle conferma di alcuni dati sui quali nutrivo già qualche sospetto:

Nell’affrontare le notizie relative alle crisi umanitarie, la pubblica Rai mostra interesse maggiore (9,96% sul totale delle notizie trasmesse), mentre la privata Mediaset registra uno score del 5,65%.

All’interno delle varie reti, l’attenzione maggiore a questi temi viene da Rai3, con il 13,49%, mentre Italia Uno (il canale giovanilista Mediaset) è al palo col 3,56%.

A questo punto, voglio provare a tirare insieme due dati anche io: naturalmente vi chiedo di rispondere al sondaggio prima di andarvi a documentare :P

Quanti conflitti militari o civili attualmente in corso nel mondo, sareste in grado di elencare?

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Jan29

Blogsfera: un passo indietro?

Sunset in Kenya Durante l’emergenza delle violenze in Myanmar, la blogsfera italiana si erse a paladina dell’informazione, con post ed approfondimenti, addirittura mobilitandosi con una serie di iniziative a sostegno dei cittadini birmani.
Sono passati un paio di mesi scarsi da quei tragici eventi, è già i blogger italiani sembrano aver fatto un deciso passo indietro, ripiombando nella quotidiana (e spesso polemica) routine.

Ci siamo già dimenticati del Myanmar, dove le violenze ed i soprusi non sono cessati, pur essendo oggi raccolti nel silenzio mediatico (e non è proprio a questo che, idealmente, i blogger dovrebbero sopperire?), mentre pochi o pochissimi scrivono della strage che sta avvenendo in Kenya, dove non solo gli elicotteri (notizia di oggi) sparano sulla folla, ma pare che le violenze siano in realtà stragi politicamente pianificate, al punto che si parla di compensi in denaro per bruciare case o uccidere civili: il risalto che quest’ultima abominevole notizia ha avuto in Italia è piuttosto scarso, e sulla blogsfera ancora peggio.

Questa non vuole essere una polemica “contro qualcosa o qualcuno”, ma solo il tentativo di comprendere quali dinamiche spingono i blogger (italiani e non) a muoversi con ardore in certi casi ed a farsi scivolare addosso le cose in altri.

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