Mar2

Come la Cina

Censura

Nahuel |Bossanostra| via Flickr

Non potevo trovare un titolo più descrittivo: l’Italia come la Cina, è tra i pochi paesi al mondo ad applicare la censura ad internet: sebbene la Cina la applichi in modo più vasto, infatti, il principio è lo stesso.

Dapprima in Italia è stato vietato l’accesso a siti di scommesse non associati all’AAMS (Monopoli di Stato) e fin qui si poteva anche ritenere che ci poresse stare (nel senso che si poteva pensare ad un maggior controllo ed una maggior sicurezza per gli internauti italiani).
Poi, usando lo stesso meccanismo, si è provveduto ad oscurare “thepiratebay.org”, un sito svedese che ospita i così detti “torrent”, files che consentono di scaricare files (legali e non) in modalità peer-to-peer (e che risulta ancora oggi inaccessibile dall’Italia).

Per lo stesso principio (colpire il produttori di coltelli anziché l’assassino), ora si condanna Google per via di un video (per quanto riprovevole) caricato sul servizio YouTube.

Ed in tutto questo, la cosa che trovo più scandalosa, è l’assoluta mancanza di interesse, capacità di comprendere, protesta da parte degli italiani.

Mi tornano in mente alcune frasi, perché sembrano descrivere in modo spietato la realtà attuale del nostro paese:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Martin Niemöller

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May27

“Percorsi alternativi” su Google Maps

http://maps.google.it/maps?f=d&source=s_d&saddr=Corso+Italia%2FSS526&daddr=Cinisello+Balsamo&hl=it&geocode=FYe8tQId1UaHAA%3B&mra=pr&sll=45.510505,9.045965&sspn=0.213164,0.63446&ie=UTF8&t=h&z=11Non so se sia una novità appena introdotta o sia solamente io particolarmente stordito (e quindi non me ne sono mai accorti), ma su Google Maps, ed in particolare nella parte legata alle indicazioni stradali, è disponibile l’elenco dei “percorsi alternativi” a quello suggerito.

Nella screenshot si può notare come per il percorso da Magenta a Cinisello Balsamo (che faccio un paio di volte al giorno) venga evidenziata (anche se la cartografia non è completa, mancando la parte interrata non ancora mappata) la possibilità di percorrere la (comodissima) SP46 in alternativa al trafficatissimo tratto urbano della A4.

Com0dissima per altro la funzione di highlight al semplice mouseover sui percorsi, che consente di visualizzare e scegliere rapidamente tra i percorsi disponibili, visivamente oltre che per tempo richiesto e spazio percorso (già presenti a lato).

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Apr1

Google Brain Search

E così Google si lancia nella lettura del pensiero. La beta di Google Brain Search, rilasciata quest’oggi mercoledì 1 aprile 2009, marca una svolta importante nella bio-ingegneria, consentendo a tutti gli utenti di BigG un salto nel futuro impensabile fino a ieri (e per alcuni, anche a partire da domani).

Il sistema è quantomai semplice da usare: dalla pagina di presentazione, chiedete l’invio dell’sms inserendo il vostro numero di cellulare. Vi arriverà sul telefonino il link da utilizzare per scaricare l’applicazione (soprendentemente veloce nel download, per altro), dopodiché potrete passare alla fase di indicizzazione: sarà sufficiente avvicinare il telefono alla testa e tenervelo per 60 minuti circa (tempo tecnico necessario ad indicizzare la vostra memoria tramite la sperimentale e quindi non troppo performante tecnologia CADIE), quando vi verrà dato l’ok dall’applicazione vi basterà pensare alla query di ricerca da fare affinché il risultato appaia sul display della vostra device mobile.

Le applicazioni di questa nuova tecnologia sono vastissime e difficili persino da enumerare: si parla persino di una rfc in arrivo a breve per standardizzare il tutto, garantendo così l’interoperabilità necessaria a fruire al meglio di questa rivoluzione…

ps: per gli amanti del genere, suggerisco un clic sulla C…

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Sep4

Google Chrome, una scossa al web (?)

So che questo post è chilometrico (1306 parole, già). Non lamentatevi, c’erano troppe cose da dire, e tutte importanti :P

About Google ChromeE’ sulla bocca di tutti, blogger e non, in giro per internet e sui mass media: c’è chi se lo aspettava, chi invece è stato colto di sorpresa, in ogni caso Chrome, il nuovo browser opensource (è basato su WebKit, motore di randering html opensource utilizzato anche dal browser “made in Apple”, Safari) lanciato da Google, ha decisamente fatto parlare di sé. Ne parlerò anche io, come al solito cercando di non limitarmi a quanto “appare”, ma provando a guardare “sotto la scorza”: ne vengono fuori delle belle.

Tanto per cominciare, è indubbiamente affascinante l’idea di “partire da zero” (anche se utilizzare il motore di randering di Safari non è esattamente uguale a “start from scratch”) per progettare un browser pensato prima di tutto per interagire efficacemente con le web-applications, così diverse dai classici “siti web” che spesso rischiano di mettere in crisi i browser pensati e progettati anche solo pochi anni fà. Il web (ha ragione Google) è cambiato tantissimo ultimamente ed i browser hanno bisogno di una riprogettazione in quest’ottica, ma onestamente Chrome avrebbe potuto portare qualche innovazione in più, da questo punto di vista…

Uno dei primi aspetti sui quali è scattata l’attenzione, è la stupefacente velocità di randering di Chrome (che da alcuni test risulterebbe però inferiore a Firefox 3.1 con Tracemonkey): mi domando però quanto sia realmente percepibile una pur sostanziale differenza nei tempi di randering di una pagina (comunque inferiori al secondo, solitamente), quando spesso e volentieri il tempo di visualizzazione di un sito web è legato al tempo di download delle varie sue componenti e quindi alle prestazioni del collegamento di rete? Chiarisco il concetto: che me ne faccio di risparmiare mezzo secondo nel randering con Chrome, quando uso un modem 56k per scaricare le immagini che la compongono?

Anche tecnologicamente parlando, Chrome non è proprio impeccabile. Cominciamo però dalle note positive:

  • indubbiamente significativa l’inclusione nativa di funzionalità quali “Gears” (che sono per certi versi il futuro delle web applications) ed un nuovo motore JavaScript, riscritto (pare) da zero.
  • Dalla visione dei siti web come vere e proprie applicazioni deriva l’interessante (seppur non innovativa) idea di rendere le varie tabelle di navigazione processi realmente a se stanti, separando così la memoria che viene assegnata alle varie web-applications in esecuzione. Questo dovrebbe garantire un’incremento di sicurezza, probabilmente anche della velocità di randering (soprattutto su processori multicore) e una maggior “robustezza” del browser nel suo insieme (vanno in crash le tab e non il browser).
  • Non innovativa, ma comunque ancora “rara”, la possibilità di abilitare la modalità “hidden” (navigazione nascosta) che cancella cookies e history alla chiusura della finestra appositamente aperta: la funzionalità infatti è già presente in Safari ed in Internet Explorer 8 (del quale è stata rilasciata una versione beta non molto tempo fà). Su questo aspetto, andranno considerate le conseguenze di un simile approccio per quel che riguarda gli utenti: quanti utenti, sentendosi sicuri nella propria “anonimità”, andranno a cacciarsi in qualche spiacevole situazione, abbassando semplicemente la guardia? Ricordiamo che l’anonimità, su internet, non comporta solo aspetti legati ai cookie ed alla history, ma anche (o meglio, soprattutto) aspetti legati al tracking da parte dei siti web che vengono visitati dagli utenti, cosa che la modalità hidden di Chrome non evita in alcun modo.
  • Curiosa invece la soluzione di non bloccare i popup ma ridurli ad icona: l’icona infatti consuma comunque risorse (hardware e visive) e questa soluzione potrebbe essere sfruttata per portare agli utenti di questo browser vari tipi di attacchi di tipo Denial Of Service (voglio vedervi a navigare quando il sito in questione vi ha aperto la milionesima finestra di popup…). Oltretutto, nel caso in cui il contenuto del popup venisse comunque scaricato e “randerizzato” (bisogna verificare), questo può portare all’esecuzione di apposite web-applications malevole all’interno del popup stesso, che oltretutto avrebbero il vantaggio di non essere direttamente visibili all’utente (che deve aprire il popup per vederle).
  • Stupisce inoltre, da un punto di vista della mera “sicurezza informatica”, l’assenza di un sistema atto a prevenire attacchi più “web oriented” come i Cross Site Scripting: dovendo riscrivere il browser ed il motore JavaScript, non avrebbe avuto senso progettarli già con in mente questo genere di funzionalità?
  • Curiosa anche la mancanza del supporto per i feed RSS (potevano almeno mandarli direttamente a Google Reader, in attesa che fosse implementata la funzionalità)… dimenticanza?

Politicamente parlando, l’evidente intento di Google è quello di contrastare “con maggior forza” l’arrivo di Internet Explorer 8, scendendo direttamente nell’arena in cui si gioca la grande partita chiamata “browser war”. Chrome si avvanteggerà dell’immensa pubblicità che deriva dal nome che spunta sul 91% delle ricerche fatte online, garantendosi una quota di mercato che potrebbe non andare ad intaccare la quota di mercato di Firefox, ma di Internet Explorer (versione 7 o 8 poco importa, anzi il cambio di piattaforma potrebbe facilitare ulteriormente questo aspetto).
Finanziariamente parlando, invece, Google rientrerà verosimilmente nei costi di sviluppo con l’immenso valore dei dati (anche solo aggregati) che otterrà dall’uso che gli utenti faranno del browser.
Oltre ad avere già una penetrazione massiccia nel web (si parla di valori superiori all’80% dei siti, contando i referrer), con l’introduzione di Chrome infatti Google potrà tracciare:

  • Ogni URL che digitate (anche se non battete “invio”): infatti la barra degli indirizzi completa automaticamente e suggerisce eventuali risultati delle ricerche, e questo non può essere fatto in altro modo che inviando la stringa in fase di digitazione a Google stesso.
  • Ogni sito che visitate, visto che il suo URL verrà filtrato dal sistema antiphishing (come già capita anche con altri browser in realtà) e quindi comunicato a Google
  • Ci sono poi le “statistiche”, che (per quel che ho capito) devono essere disabilitate appositamente dall’utente.

Bisognerà capire, leggendo le policy sulla privacy, quali usi Google potrà fare di questi dati, il cuo valore è (robadisco) incommensurabile. Mi aspetto molte novità, in questo senso, nei prossimi giorni.

Nel frattempo, un’altra occhiata approfondita andrebbe data alle condizioni di licenza (che tutti avranno letto prima di accettare, immagino), che tra le altre cose propongono cose tipo “licenze d’uso permanenti ed irrevocabili” dei contenuti inviati tramite il browser (punto 11). Qualche domanda anche sulla compatibilità della licenza di Google con le garanzie del software opensource, onestamente, mi sorge: cito dall’EULA:

10.2 L’utente non può (e non può consentire ad altri di) copiare, modificare, creare opere derivate, decodificare, decompilare o altrimenti tentare di estrarre il codice sorgente del Software o di qualsiasi parte dello stesso, salvo se espressamente consentito o richiesto per legge o se espressamente consentito da Google per iscritto.

Questo a monito di coloro che non leggono i contratti di licenza che accettano. Pare in ogni caso che dopo le numerose proteste ricevute nelle ultime ore, in Google stiano mettendo le mani (retroattivamente) proprio sull’EULA. Vedremo.

Indubbiamente, in ogni caso, Chrome darà una scossa al mercato, come per altro precisamente annunciato tra le loro intenzioni. L’obiettivo principale di Chrome sembrerebbe proprio essere quello di dare una “svolta” al web, trasformandolo nella più grande piattaforma applicativa mai esistita, fornendo tecnologia e supporto allo sviluppo delle web-applications attuali e future. L’enorme pubblicità che verrà fatta (anche involotariamente) a Chrome, potrebbe inoltre portare altri utenti del leader di mercato (Internet Explorer) a “valutare la possibilità” di cambiare browser (quale che sia poi la loro scelta definitiva); questo renderebbe più egualitaria e meno “monopolistica” la scena della “browser war”, costringendo anche i grandi player (Microsoft su tutti) a scendere al compromesso di un rispetto reale degli standard (ad esempio un Internet Explorer sotto il 50% del mercato potrebbe significare la vera e propria condanna degli script ActiveX, con grande gioia degli utilizzatori di sistemi operativi diversi da Windows).

Mi auguro che Chrome sia però, prima di tutto, origine di una scossa per Firefox, il cui sviluppo è costante ed intenso, ma potrebbe avvantaggiarsi di alcune idee proposte proprio dal browser di Google, che potrebbero portarlo ad un rapido (ulteriore) miglioramento delle prestazioni e delle funzionalità che offre, soprattutto in materia di sicurezza e protezione dei dati (Firefox non ha ad esempio, banalmente, la funzionalità di “navigazione anonima”).

Insomma, dal mio punto di vista, Chrome non diventerà forse il più usato browser della rete, ma potrebbe avere come effetto principale quello di dare una nuova, importante scossa al mondo dei browser web (proprio ora che Microsoft ha finito lo sviluppo di Internet Explorer 8, dannazione… :P)

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Aug25

Un’estensione per la privacy online?

seleneQuesta mattina un cliente mi ha scritto una mail segnalandomi un interessante (e lodevole per qualità e completezza) articolo del Corriere, che spiegava quali tecniche si possono utilizzare per navigare “al sicuro” dalla profilazione da parte di Google (o in ogni caso da parte degli altri operatori della rete). Mi occupo, purtroppo, di privacy e sicurezza online da troppo tempo per credere che basti un’estensione di firefox per “navigare sicuri”.

Colgo allora l’occasione della risposta inviata per riportare un’analisi delle tecnologie riportate nell’articolo anche in queste pagine, perché nonostante l’articolo sia interessante e non fondamentalmente errato (anzi), penso che un po’ di precisazioni in materia possa essere d’aiuto per coloro che abbiano letto quell’articolo (soprattutto, che possa contribuire ad innalzarne il livello di paranoia :P).
Per coloro che invece fossero interessati ad approfondire anche tecnicamente l’argomento, consiglio vivamente il libro di Zalewski recensito su queste pagine qualche giorno fà, assolutamente abbordabile anche per coloro che non fossero proprio esperti in materia di informatica (Zalewski dimostra in questo libro una chiarezza davvero sorprendente per un tema così complesso).

Tanto per cominciare, è indubbio che sia è impensabile smettere di usare Google per evitare di essere da esso profilati. Non tanto perché è uno strumento completo e funzionante (esistono altri motori di ricerca, naturalmente, che fanno egregiamente il loro mestiere), quanto perché con una penetrazione in rete che sfiora l’80% (tra referrer e link su pagine che contengono script javascript che fanno capo a Google, su tutti AdSense e Analitycs), è ben difficile, tecnicamente parlando, aggirarne i tentacoli.

Cominciando poi dalle cose meno utili, breve accenno all’estensione scroogle: sposta banalmente il problema da Google ad un’altra entità (meno affidabile per altro, visto che non è così grosso ed importante da essere soggetto alle leggi di scala a cui invece si trova ad essere esposta l’azienda di Montain View), facendo filtrare tramite quest’ultima le richieste al Grande Motore. Se posso pensare di dare io la mia fiducia a Daniel Brandt (che “nel giro” gode certamente di una fama non indifferente, visto l’ottimo lavoro condotto da Google Watch) non si può certo pensare che per vincere la (sana) paranoia da tracciamento, spostare il target in questa direzione possa sortire qualche effetto.

Sicuramente più valida è l’opzione di usare in maniera correlata Tor e Privoxy, che insieme sono in grado di rendere effettivamente casuali la provenienza delle varie richieste nei confronti del web, rendendo inutili le tecniche di tracciamento fatte tramite cookie et simili. Una trattazione approfondita della tecnologia di Tor sarebbe fuori luogo in questo frangente, quindi lascerò l’approfondimento alla vostra discrezione: dirò solo che oltre all’esposizione ad un uso sbagliato di questa tecnologia (che ne vanifica l’utilità) gli utenti meno esperti, l’uso di Tor ha come suo punto debole i punti d’uscita della rete di “randomizzazione”, aspetto sul quale sono in corso alcune interessanti ricerche.

Analogamente, l’idea proposta da Track Me Not è indubbiamente interessante (e per altro incarna una delle strade che si stanno battendo proprio in questi mesi per combattere la profilazione): generare richieste “random” al motore di ricerca di turno per tentare di camuffare le richieste reali tra una certa quantità di “rumore” casuale è indubbiamente valida: il problema sta tutto nel riuscire a rendere credibili (e non distinguibili da quelle  reali) le richieste generate dall’estensione. Il fattore “caso” infatti è una delle cose più complicate da riprodurre tramite un computer, mentre viene spaventosamente bene ad un essere umano: quanto difficile sarebbe “filtrare” le richieste dell’estensione se venissero fatte a cadenza regolare, o con un generatore di numeri non sufficientemente casuale, o avessero un pattern di ricerca banale, riconoscibile, o semplicemente poco attinente con la tipologia media delle ricerche dell’utente? Analogamente, quanto difficile è riconoscere una persona mascherata a partire dalla voce, dal modo di muoversi, dai comportamenti? Questo è l’aspetto difficile del gioco, non certo la generazione di rumore…
La soluzione potrebbe essere nella generazionen di un pool remoto di pattern di ricerca (a cui ognuno dovrebbe contribuire inviando automaticamente le proprie) che possa essere poi replicato da tutti gli utenti che usino quella stessa estensione, introducendo un reale rappordo di casualità nella generazione dei pattern di ricerca. Rimarrebbe il problema della temporizzazione delle richieste “false”, ma sarebbe già un problema minore.

In questo modo cerca di agire, per quel che riguarda i cookies di tracciamento, da un’altra estesione interessante segnalata dall’articolo, Scookies (non per niente scritta dal buon Bakunin): questa estensione è effettivamente in grado di vanificare il tracciamento fatto a mezzo cookie, scambiando i cookie dei vari utenti in modo dinamico. Analogamente al caso di Tor/Privoxy però, questa tecnica è si in grado di rendere vano l’uso dei cookie di tracciamento, ma lascia aperte altre strade che rischiano di vanificare tutto il lavoro fatto (analogamente, in un certo senso, al rifiuto banale di usare i cookie, funzionalità già disponibile in moltissimi browser).

Con un po’ di attenzione e poca fatica infatti, si potrebbe differenziare comunque i vari utilizzatori indipendentemente dal cookie di tracciamento, facendo riferimento ad esempio a pattern ripetitivi di ricerche (difficile che il sottoscritto si trovi a fare ricerche su certi argomenti, molto più facile che cerchi qualcosa che riguardi l’informatica), alle temporizzazioni, al fetch dei dati dalle cache.
Quest’ultima tecnica è a mio avviso il vero problema chiave da risolvere nei prossimi anni per quel che riguarda la privacy online: ogni browser infatti è sperimentalmente identificabile a seconda dei dati che ha memorizzato tra i “files temporanei” (la cache appunto). Se un utente ha visitato una certa pagina in un certo momento, in cache verranno salvati certi files (con certi orari) e non altri. Se invece l’utente ha già visitato la pagina, il browser non richiederà tutti i files, ma solo alcuni (quelli che non ha in cache, o quelli che sono marcati come “non cachabili”); l’analisi di quali files sono richiesti, in quale ordine, con quali parametri (ad esempio la richiesta potrebbe arrivare per un file “solo se non è stato modificato dalle ore 23:53 del 24/08/2008″, rendendo facilmente identificabile addirittura l’ora di ultima visita di quello specifico utente), è in grado non solo di correlare le varie sessioni di uno stesso utente indipendentemente dal cookie di tracking, ma addirittura identificare la tipologia di browser che utilizza (ad esempio analizzando l’ordine con cui vengono richiesti i vari files che compongono una pagina web, che differisce da browser a browser, come Zalewski dimostra nel libro precedentemente citato).

Tutto questo senza considerare che è sperimentalmente dimostrato che si è oggi in grado di identificare un utente (perfino remotamente) dal modo con cui digita sulla tastiera (al punto che un’università americana ha messo a punto un sistema di login biometrico che si basa proprio su questo genere di analisi): velocità di battitura, errori più comuni, temporizzazioni.

Insomma, alla fine della fiera si torna sempre allo stesso concetto: quando si vuole difendere qualcosa, bisogna controllare tutto il fronte. Quando si attacca, basta trovare una falla, una dimenticanza…

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Aug19

Il web ed i soldi: Mediaset contro YouTube

14.04.2008: sua emittenza vi ha purgato ancora Uno dei grandi temi di discussione delle ultime settimane è stata indubbiamente la questione nata dalla causa per danni intentata da Mediaset contro YouTube (o per meglio dire contro Google, visto che YouTube è di sua proprietà). In effetti con 500 milioni di euro in ballo, da discutere ce ne sarebbe parecchio, ma ho la fortuna di poter affrontare la questione conoscendo una delle persone in causa (Matteo Flora, il consulente di Mediaset in tutta la vicenda) e potendo quindi tentare di avere un punto di vista più neutrale di quanto non sia capitato ad altri.

Il tutto verte sul fatto che YouTube utilizza e trasmette (senza ovviamente pagare i diritti per farlo) migliaia di ore di registrazioni di trasmissioni e materiali vari di proprietà di Mediaset (e di varie altre emittenti del globo terraqueo). Per la legge italiana (e non solo per quella, visto che numerose altre cause analoghe in giro per il mondo sono state già in corso, non ultima quella che vede impegnata l’emittente statunitense Viacom, proprietaria tra le altre di MTV) questo è un reato, in quanto non vengono riconosciuti di diritti d’autore dell’opera in questione.
Tanto per fare un paragone (nemmeno troppo azzardato) è come se un vostro filmato (magari presente proprio su YouTube) venisse preso ed utilizzato, trasmesso, dalle televisioni generaliste (Mediaset, altro esempio nemmeno troppo azzardato) senza che alcun diritto d’autore vi venga riconosciuto (neppure la basilare “Attribuzione” prevista anche dalle Creative Commons). Non è simpatico, no?
E’ capitato molte volte, probabilmente capiterà ancora, ma a qualcuno toccava fare il primo passo per sollevare la questione ed il caso ha voluto che in Italia si trattasse di Mediaset (non per niente il principale attore della televisione privata).

E’ vero, da un lato, che YouTube potrebbe sostenere di aver solamente fornito la piattaforma di storage che ha consentito la trasmissione dei filmati (il cui upload viene effettuato dall’utente registrato, che in questo caso garantisce implicitamente di essere in possesso dei diritti che cede accettando il contratto con YouTube). Altrettanto vero è che viene effettuato un costante monitoraggio della piattaforma da parte dello staff di YouTube (che mette per altro a disposizione una comoda interfaccia per reclamare il copyright dei contenuti trasmessi), e quindi una certa dose di leggerezza è probabilmente imputabile a loro. In ogni caso, la sentenza è ben lontana dall’essere definitiva e soprattutto rappresenterà un importante precedente: non si può infatti ritenere in qualche modo responsabili anche i provider internet, nel caso in cui si possa ritenere responsabile YouTube? L’idea mi fa rabbrividire, ma è la naturale conseguenza di una legislatura antiquata e che fatica a stare al passo con i tempi.

Altra considerazione: 4.643 filmati, 325 ore di trasmissioni, 500.000.000 di euro di danni. A fare un rapido conto, viene fuori la bellezza di oltre 1.500.000 euro di danni per ora di trasmissione (stica**i!!), ma come si può dare torto a Mediaset, che probabilmente quei contenuti li ha anche profumatamente pagati?

Una delle argomentazioni più serie che mi vengono in mente a difesa di YouTube, è indubbiamente quella del ritorno che la pubblicazione dei video avrà dato a Mediaset. Sebbene non in possesso dei diritti per farlo, gli utenti che hanno caricato i video su YouTube lo hanno indubbiamente fatto con cognizione di causa, scegliendo gli spezzoni più divertenti o interessanti: troviamo così in evidenza, ad esempio, i video esilaranti di Colorado Café e non estratti dei telegiornali di Emilio Fede. Si tratta di una selezione qualitativa di cui non và sottovalutato il valore, probabilmente però non sufficiente a ripagare Mediaset (e le altre emittenti televisive, tocca sottolinearlo) dei rientri in pubblicità.

L’altra argomentazione interessante, che arriva dritta dritta dal post di Quintarelli, è la più logica: se i filmati si trovano su YouTube, significa che sono già stati trasmessi e quindi non sono più fruibili (fatto salvo replice e ritrasmissioni) da parte dei telespettatori del piccolo schermo, assunto anche il fatto che Mediaset non ha una piattaforma di “tv on demand” paragonabile al servizio offerto in questo frangente da YouTube (ne per altro i diritti di trasmettere alcuni contenuti sul web).
Si tratta dell’ennesima dimostrazione che la televisione è un mezzo sempre più antiquato, incapace di rispondere concretamente alle esigenze dei telespettatori meno “abituali” (coloro che preferiscono trasmissioni con un senso logico compiuto, o semplicemente non hanno tempo da perdere oppure orari balordi).

Non mi trovo invece assolutamente in accordo con coloro che affermano che si tratti di un tentativo di censura. Non è censura richiedere diritti per materiali di cui esiste un proprietario. Sarebbe censura impedire che contenuti creativi vengano inseriti sulla piattaforma, magari perché trattano argomenti poco simpatici a qualcuna delle parti in causa (ogni riferimento è puramente voluto). Si può discutere sulla necessità di rivedere (e profondamente aggiungerei) il meccanismo del copyright (soprattutto gli aspetti legati alle opere derivate, imho), ma questo l’ho già scritto (legge antiquata bla bla bla).

Quello che mi sembra più strano, per contro, è che non si sia ancora trovata una via “pacifica” (un accordo commerciale) tra le due aziende, il quale sarebbe probabilmente di giovamento per entrambe le parti, e consentirebbe agli utenti di continuare a poter fruire dei contenuti della piattaforma YouTube in “pace e serenità”. Che ci sia forse in ballo qualcosa “di più” che una valga di soldi (senza dietrologie, pensavo a “modelli di business”)?

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