Apr18

Vegetariano o no?

Bistecca

Allibito via Flickr

Avevo promesso questo post qualche tempo fa, ma avevo bisogno di un po’ di tempo per mettere insieme i vari spunti e tirare fuori qualcosa di organico e sensato. In più, un “disguido” con il mio telefono ha portato alla cancellazione di una serie di appunti che avevo preso durante la lettura di un libro che su questo tema ho trovato illuminante, “Il dilemma dell’onnivoro“.

Prima di cominciare con le argomentazioni su questo intricato argomento, voglio premettere che si tratta di riflessioni personali, che non vogliono sminuire in alcun modo la posizione di coloro che hanno scelto posizioni diverse. Soprattutto in materia etico-alimentare, la scelta non può che essere personale, basata su una corretta (e spesso mancante) informazione.
Questa precisazione principalmente perché vorrei evitare di far nascere, tra i commenti di questo post, la stessa (sterile) discussione feroce e cattiva tra gli esponenti delle due “fazioni”: qui non si tratta di guerra santa, non c’è (e non può esserci se non nella testa di qualche “esagitato”, che comunque commenterà, non ho dubbi) una contrapposizione netta.

Ciò (inutilmente) detto, cominciamo: le argomentazioni sul piatto (nel vero senso del termine) sono molte, spesso articolate in modo profondo tra di loro e far emergere un quadro chiaro della situazione è tutt’altro che semplice. Ho cercato di raggruppare le considerazioni in tre temi principali, in modo da tentare di affrontarli in modo organico. Naturalmente quello che ne emerge è (me ne rendo conto) un testo lungo e denso di contenuti, che mi auguro però abbiate la pazienza di leggere per intero in modo da comprenderlo nella sua interezza.

  • Il primo motivo che spinge al vegetarianismo, sicuramente, è il senso di colpa per l’uccisione dell’animale di cui ci si sta cibando. Su questo punto (probabilmente il più delicato), ciò che si deve considerare è il ruolo dell’uomo nella catena alimentare naturale. L’uomo, per quanto nelle ultime migliaia di anni e grazie allo sviluppo dell’intelligenza e del pollice opponibile abbia stravolto la sua posizione nei confronti della natura, è costituzionalmente un onnivoro, un animale cioè portato a cibarsi di alimenti di origine sia animale che vegetale. In quello che concerne il suo ruolo di predatore (contenuto in qualche modo nell’essere un onnivoro), ha il compito di “tenere a bada” l’esplosione demografica degli animali di cui si ciba: esistono numerosi esempi in campo scientifico che mostrano come in assenza dell’uomo, certi animali (soprattutto i maiali, in questo contesto, perché in diverse occasioni si è provveduto ad introdurli in ambienti insulari che sono stati poi abbandonati dall’uomo) tendono ad aumentare esponenzialmente il numero della popolazione, distruggendo le fonti di cibo e portandosi quindi rapidamente ad un’auto-estinzione. Per essere più chiari: se sparissero i gatti, seguirebbe abbastanza rapidamente un’esplosione demografica di topi, che saturate e distrutte le fonti di cibo, si avvierebbero all’estinzione. La natura è un (delicato) equilibrio in cui preda e cacciatore svolgono entrambi un ruolo fondamentali. Da questo punto di vista, il vegetarianismo posa le sue basi sul rinnegare un ruolo che è stato affidato all’uomo dalla natura (quindi, paradossalmente, è questo un andare “contro natura”).
    C’è poi la questione della violenza nell’uccisione dell’animale, che certo accresce il sopra citato e discusso senso di colpa: si tratta però in questo caso in un aspetto soggetto a (rigida) legislazione, che impone determinate procedure atte ad infliggere all’animale la minor sofferenza possibile (l’importante è poi far rispettare questa legge, ma questo è argomento che esula dal dibattito, anche perché differisce da macello a macello, oltre che da Stato a Stato). La cosa più semplice che si possa fare, in ogni caso, è guardare a ciò che accade in natura, dove indubbiamente la gazzella azzannata alla gola dal leone non fa una fine molto meno dolorosa di quella del bue ucciso secondo la legislazione vigente, all’interno di un macello.
  • Il secondo tema, che è poi il principale tema che viene sostenuto dai vegetariani una volta presa coscienza della propria scelta (che come dicevo spesso viene inizialmente fatta sulla scia del senso di colpa di cui al punto precedente), è il fatto che “la carne fa male“. La letteratura sul tema è vasta (soprattutto negli ultimi anni) e contraddittoria, ad una lettura superficiale. Potrei analizzare le varie motivazioni che a seconda della fonte porterebbero a considerare la carne come un alimento dannoso per la salute umana, ma credo che la critica più semplice e banale a questo genere di affermazione sia il fatto che l’uomo, in quanto onnivoro, si ciba di carne da alcune decine di migliaia di anni, senza averne risentito in termini di salute. E non si obietti che l’uomo consuma carne solamente da quando ha inventato le armi per la caccia, quindi ben avanti nella sua storia evolutiva: gli uomini preistorici potevano tranquillamente cibarsi di pesce, uova, carne di animali morti da poco; per quanto in quantità piuttosto ridotte, la dieta onnivora dell’uomo non nasce contemporaneamente alla caccia. Inoltre, potremmo allo stesso tempo considerare come l’uomo si sarebbe cibato di vegetali crudi fino alla scoperta del fuoco (anch’essa piuttosto avanti nell’evoluzione umana), il che renderebbe seguendo lo stesso filo logico “dannose” anche le verdure cotte? Va naturalmente precisato come il cibarsi di carne non rappresenti per l’uomo una ferrea necessità: la stragrande maggioranza delle sostanze nutritive necessarie alla vita umana possono essere assimilate anche tramite vegetali (o composizione di tali), oltre che attraverso la sintesi dell’organismo umano stesso. Unica importante eccezione, molto più delle mitiche “proteine” (in effetti assimilabili attraverso numerosi legumi e per altro presenti in modo piuttosto ridotto anche nel latte materno nonostante questo sia abbondantemente sufficiente al sostentamento di un corpo in rapida crescita come quello di un neonato),  è costituita dalla vitamina B12 che, sintetizzata insufficientemente dal nostro organismo, deve essere oggetto di integrazione, chimica o di origine animale che sia.
    Paragrafo a parte merita la questione della “quantità di carne” che la dieta occidentale prevede: sebbene non esista una “dieta universalmente corretta”, un principio sul quale tutti i nutrizionisti sono concordi è quello del “mangiare moderatamente, mangiare naturalmente”. Mangiare carne è indubbiamente un’ottima fonte per molte delle sostanze nutritive di cui il nostro corpo necessita, ma l’eccessivo consumo (di qualsiasi cosa, per altro) porta a numerose problematiche, non ultima l’obesità. La carne andrebbe consumata 1 o 2 volte a settimana, considerando anche il fatto che le risorse biologiche necessarie all’allevamento di bestiame sono limitate dalla fisica superficie del nostro pianeta, e dovrebbe bastare a sfamare 7 miliardi di persone, senza per altro proseguire con il disboscamento massiccio che negli ultimi anni viene perpetrato al fine di aumentare le superfici pascolabili o coltivabili. Personalmente ho drasticamente ridotto la quantità di carne che consumo (senza per altro prestarci grande attenzione) in modo assolutamente naturale parallelamente all’aumento delle verdure che mangio, con il semplice aumento della disponibilità di queste ultime (che acquisto ora regolarmente da un gruppo d’acquisto): la carne resta uno dei miei alimenti preferiti, ma mangiarla un paio di volte a settimana è più che sufficiente ad appagare la mia golosità, soprattutto acquistando “carne di qualità” (vedremo in seguito).
  • Terzo ed a mio avviso trascurato argomento (si tratta sicuramente dell’aspetto che maggiormente mi ha dato da pensare, in questi mesi), è quello della sostenibilità. Si tratta di un argomento che abbraccia entrambi i temi precedenti, ampliandoli ed integrandoli; buona parte del tema si può condensare nel termine “allevamento intensivo”: per far fronte alla crescente richiesta di carne (dovuta all’arricchimento della popolazione, alla sempre minore fantasia in cucina o banalmente all’aumento della popolazione mondiale) e nel non trascurabile tentativo di massimizzare i guadagni, il processo di “produzione” della carne è radicalmente cambiato. Oggi gli animali da carne vengono allevati in modo intensivo (con varie declinazioni a seconda della specie, con raccapriccianti dettagli ed aneddoti che eviterò di riferirvi in questa sede), nutriti con sostanze che naturalmente non consumano (fondamentalmente mais e soia) che oltre a costare decisamente meno dei rispettivi cibi naturali portano ad un ingrasso molto più rapido rispetto alla controparte naturale (un manzo allevato in un “feed-lots” può arrivare a cresce di oltre 12kg al giorno, mentre la controparte allevata in modo naturale non va oltre il chilogrammo), il che porta alla necessità di imbottire questi animali di medicinali, da un lato per consentire l’assimilazione forzata delle sostanze delle quali vengono nutriti (cosa comunque fattibile per un breve periodo di tempo, scaduto il quale gli animali non possono che essere macellati), dall’altro a scongiurare epidemie alle quali lo stretto contatto e la sostanziale sedentarietà a cui gli animali sono costretti li espongono. Tutto questo fa inoltre si che gli escrementi prodotti da questi allevamenti (non solo bovini, lo stesso vale per il pollame) non possano essere utilizzati, in quanto non idonei, per la concimazione dei campi come precedentemente si usava fare, e debbano invece essere trattati come scorie chimiche con tutte le complicazioni in termini di sostenibilità ambientale.
    L’alternativa a questo modello di allevamento c’è, e prende il nome di “bio-azione” o “allevamento biologico”: consiste fondamentalmente nell’allevare gli animali all’aperto, lasciando che conducano una vita naturale e possano fruire appieno della loro rispettiva “animalità” (con le galline che razzolano, i bovini che brucano, e via dicendo). Il limite di questo genere di modello, naturalmente, è quello dei numeri: a parità di spazio occupato, un allevamento di questo genere è molto meno “efficace” di un feed-lot, con ricadute anche sul frangente economico (sebbene inferiori a quelle che immaginate, per tutta una questione di filiera). Invito però ognuno di voi a provare quale sia la differenza (anche sensoriale!) della carne di animali allevati in questo modo, per rendersi conto di quale possa essere la differenza.
    Inutile nascondere, ovviamente, come la stessa questione riguardi anche le colture di vegetali: cibarsi di vegali coltivati fuori stagione, “tirati su” a suon di fertilizzanti chimici (ricavati sostanzialmente dal petrolio) per riparare a suoli ormai sterilizzati da secoli di iperproduzione, dall’assenza di rotazione, dalla diffusione della “monocultura del mais”, non fa certo meglio che cibarsi di carne allevata nei “feed-lots”: manca di vitamine, sali minerali, ecc ecc. Anche in questo caso, la soluzione (che personalmente sto già ampiamente praticando, con estrema felicità) è quella dell’acquisto diretto dal contadino che pratica coltivazione naturale (e perché no, biologica), magari avvalendosi dei numerosi gruppo d’acquisto solidali (o GAS) che si sono negli ultimi anni formati sul territorio.
    La consapevolezza nell’acquisto dei prodotti di cui ci cibiamo (frutta, verdura, ma anche tutto il resto) è un componente fondamentale per una sana alimentazione: le etichette, le certificazioni di sostenibilità, sono tutti aspetti che ho imparato a tenere sempre più sotto controllo, guadagnandone in salute, sapore e gratificazione personale, senza per questo dover trovarmi a spendere particolarmente più di quanto spendessi precedentemente ne rinunciare ad alcunché (anzi, quest’esperienza mi ha portato a contatto con una realtà interessante culturalmente come i Gruppi d’Acquisto e Slow Food).

Lasciatemi concludere, dopo aver precisato che la mia scelta è stata quella di non diventare vegetariano, con una frase che viene direttamente dal libro “Il dilemma dell’onnivoro” (che vi invito naturalmente a leggere): “mangiare è un atto politico”; pertanto ogni gesto che compiamo va ponderato attentamente (e dopo adeguata informazione).

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Feb12

Oggi m’illumino di meno, e domani?

Locandina M'Illumino di Meno

M'illumino di meno (la locandina)

Oggi si terrà la quinta edizione dell’iniziativa “M’illumino di meno“; organizzata da Caterpillar (Radio Due), consiste sostanzialmente nell’invitare tutti gli aderenti a spegnere tutte le luci ed i dispositivi non necessari: lo scorso anno il risparmio “istantaneo” è stato di oltre 500MW (cinquecentomegawatt!!! O.o)

Naturalmente la giornata è anche un’importante fonte di informazione e coinvolgimento per la popolazione sul tema del risparmio energetico, del surriscaldamento globale, dell’ecologia in generale. Come vedrete scritto quest’oggi su moltissimi siti e blog, anche io assolvo al mio “dovere” pubblicando qui di seguito il decalogo di utili indicazioni che, sebbene possano sembrare “ovvie e banali”, sono tutto fuorché acquisite e messe in atto nel quotidiano del cittadino medio:

  1. Spegnere le luci quando non servono.
  2. Spegnere e non lasciare in stand-by gli apparecchi elettronici.
  3. Sbrinare frequentemente il frigorifero, tenerne la serpentina pulita distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria.
  4. Mettere il coperchio alle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola.
  5. Se si ha troppo caldo, abbassare i termosifoni anziché aprire le finestre.
  6. Ridurre gli spifferi degli infissi, riempiendoli di materiale che non lascia passare l’aria
  7. Utilizzare le tende per creare intercapedini davanti a vetri, infissi, porte esterne.
  8. Non lasciare le tende chiuse davanti ai termosifoni.
  9. Inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni ed i termosifoni
  10. Utilizzare l’automobile il meno possibile e se proprio necessario condividerla almeno con chi fa un tragitto simile.

Ciò detto, come per tutte le altre iniziative (per quanto immensamente lodevoli) che hanno la durata “spot” di una giornata, ci si deve porre il problema del “dopo”: oggi ridurremo i nostri consumi, rifletteremo sulle nostre (cattive) abitudini, formuleremo milioni di buoni propositi che verranno puntualmente disattesi sabato mattina, quando in pieno giorno accenderete la luce del soggiorno, nonostante sia perfettamente illuminato, o quando imposterete il termostato per tenere 24 gradi centigradi in tutta la casa, o ancora quando uscirete di casa in suv per andare a prendere il pane in fondo alla via.

Aderire alla campagna “M’illumino di meno” non deve avere il solo significato del gesto proposto da Caterpillar e Radio Due; deve invece essere un momento di riflessione per tutti noi sul come il nostro stile di vita stia rovinando il nostro pianeta, l’unico che abbiamo…

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Feb8

Coop promuove una forma di tortura?

Attenzione: questo post contiene informazioni dettagliate di alcune procedure di macellazione e di alcune pratiche di violenza su animali e potrebbe ferire la sensibilità di alcuni lettori. Vi invito a valutare la volontà di proseguire nella lettura.

Mucca al pascolo

Guido Andolfato via Flickr

La notizia mi era sfuggita, ma ci sono finito dritto contro su segnalazione questo pomeriggio: un centro commerciale della catena Coop di Roma ha aperto alla vendita di carne macellata secondo il rituale Halal, che consente alla carne di essere consumata dai musulmani.

Credo che per evitare spiacevoli fraintendimenti e per non venir inutilmente tacciato da “integralista”, vadano precisate due cose: in primis non ho assolutamente nulla contro i musulmani, anzi chi segue queste pagine sa bene quanto mi stia a cuore la questione della deriva razzista italiana. Secondariamente non sono vegetariano o vegano, mangio, e con un certo gusto, la carne più volte a settimana. La mia visione della questione è piuttosto complessa (come destino di tutte le cose lungamente ponderate) e cercherò di spiegarla più approfonditamente in futuro.

Ciò detto, entriamo nel merito della notizia, che a primo acchito (e nell’ignoranza dei termini) sembra innocua al punto da passare senza essere degnata di particolare interesse: la macellazione halal (che in arabo significa “lecito”) è una forma di macellazione rituale che consiste nel recidere la giugulare del bovino oggetto di macellazione affinché muoia dissanguato. Ci si limitasse a questa parte, la questione potrebbe divenire accettabile: d’altra parte anche gli animali uccisi in modo “tradizionale” subiscono una violenza, ma questo viene reso il meno doloroso possibile da una serie di accorgimenti quali lo stordimento tramite scariche elettriche. In alcune forme di macellazione rituale religiosa, invece, si ritiene che l’animale debba giungere cosciente al momento dello sgozzamento, il che non può che significare un’inutile e lunga agonia (nell’ordine di qualche ora), soprattutto nel caso in cui il primo taglio non riuscisse, essendo vietato un secondo “tentativo” (con conseguente allungamento delle sofferenze della bestia). Lo stordimento dell’animale non è di per se vietato dal Corano, ma non essendo esplicitamente concesso, viene purtroppo vietato in molti paesi.

Il fatto che il primo passo sia stata proprio di Coop, che negli ultimi anni è stata pioniera nel proporre prodotti biologici ed etici in vari settori (dall’alimentazione all’abbigliamento, per intenderci), mi lascia quantomeno colpito, soprattutto considerando che proprio l’attenzione della catena verso l’etica e la natura mi avevano spinto alcuni anni fa alla decisione di diventare “socio” (una scelta che generalmente non prendo alla leggera). Nel dubbio, ho scritto all’ufficio stampa di Coop, chiedendo spiegazioni.

Gentile XXXXXX,
sono un socio Coop (e sino ad oggi mi sono sempre ritenuto fiero di esserlo).
Mi ritengo un consumatore critico, acquisto carne preferibilmente di provenienza e macellazione italiana (riduzione della lunghezza della filiera), e frutta e verdura di stagione e possibilmente italiane: ho sempre trovato sotto questo aspetto, notevole conforto nella sensibilità di Coop in tema di ambiente ed ho espresso con i mezzi a mia disposizione il giusto apprezzamento per la nuova campagna verde di Coop, destinata alla promozione di prodotti biologici.
Mi è però recentemente giunta voce (il tam tam in rete è piuttosto veloce) che Coop stia promuovendo la vendita di carne macellata secondo il metodo Halal, che come ben saprete rappresenta per gli animali in questione una vera e propria tortura, costringendoli a lunghe (e soprattutto inutili) agonie prima della morte.

Le chiedo gentilmente di volermi confermare o smentire questa voce, ribadendo sin d’ora che in caso di risposta affermativa, provvederò quanto prima a restituire la mia tessera di socio: sarebbe davvero disdicevole da parte Vostra appoggiare un simile inutile maltrattamento.

Nella speranza che le voci in questione si rivelino infondate, Le porgo i miei più cordiali saluti

Giacomo Rizzo

La risposta della responsabile dell’Ufficio Stampa di Coop è arrivata quantomai veloce e pronta ed ecco cosa mi sono trovato in mailbox solo pochi minuti dopo (talmente pochi da far venire il sospetto che la mail fosse già “pronta”):

Gentile signor Giacomo, legittima la sua posizione ma altrettanto legittimo il comportamento di Coop (che poi lei può decidere evidentemente di apprezzare o meno). Con l’iniziativa lanciata a Roma Coop risponde alle richieste che arrivano da determinate comunità che vivono accanto a noi, mantenendo però la loro identità anche in materia di consumi alimentari.
Le carni in questione rispettano tutti gli standard della filiera Coop – anche in materia di benessere animale – per garantire un alto livello di qualità, controlli e garanzie con la sola aggiunta di una certificazione religiosa.
Per quanto riguarda la corretta procedura di macellazione ovvio che si seguano i dettami di quella particolare comunità, anche se Coop ha preteso e ottenuto che ci si adeguasse alla normativa europea modificando e rendendo meno cruenta la procedura (procedura che è comunque consentita dalla Ue).
Detto questo noi di Coop non ci tiriamo indietro di fronte alle richieste di chi ha stili alimentari di altro genere e siamo i primi a lottare contro qualsiasi forma di sfruttamento minorile, a favore di una filiera equa e rispettosa dell’ambiente. Ben più, me lo lasci dire, di altri nostri competitor. Ricordo solo a titolo di esempio l’adesione a Dolphin safe e Friend of the sea per la pesca sostenibile e la tutela dell’ecosistema marino, no test su animali per ciò che concerne i prodotti cosmetici Coop, la decisione presa di vietare l’utilizzo di pellicce naturali in tutti i prodotti venduti nei propri punti vendita. E ancora il presidio delle filiere critiche in Italia e fuori Italia, la certificazione SA8000 ottenuta fin dal ’98 (prima impresa europea ad averla ottenuta) etc etc

Ed ecco, infine, la mia replica (a cui non ho ricevuto alcuna risposta):

Gentilissima signora XXXXXX,

la ringrazio sentitamente per la celerità della Sua risposta.

Lungi da me mettere in discussione il fatto che Coop si sia distinta (anche nei confronti della sua diretta concorrenza, naturalmente) in quanto a rispetto dei temi ambientali. E’ proprio questo il motivo che mi ha spinto a divenire socio ed a supportare dove possibile l’azione di Coop in questo frangente.
Oltre alle certificazioni da lei citate, ricordo indubbiamente i molti prodotti che Coop vende (o spesso persino “marchia”) che mostrano sulla confezione il logo EcoLabel, certamente certificazione di indubbia qualità e valore.

Trovo però che in questo frangente specifico, Coop si trovi di fronte ad una scelta chiave, una sorta di spartiacque tra l’adesione ai principi dei quali si è fatta notabile promotrice negli ultimi anni ed i dettami del mero business. Comprendo la volontà di andare incontro alle richieste della comunità musulmana, ma ben sapendo che la normativa europea è ancora pesantemente carente in materia di diritti (ed aggiungerei, purtroppo, di controlli) in tema di macellazione ed allevamento, avrei preferito una maggior adesione di Coop (che poi, naturalmente, è legittimata ad ogni scelta commerciale che ritiene praticabile) ai principi che ne avevano spinto fino ad oggi l’azione in questo frangente. Se una comunità locale praticasse il cannibalismo (che concorderemo essere una pratica disdicevole), Coop si porrebbe forse in condizione di assecondarne le volontà? Troppe volte le scelte economiche hanno eroso i valori fondamentali della nostra società, soprattutto in tema di ambiente ed alimentazione.

Anche l’appello alla normativa europea, purtroppo, conta fino ad un certo punto: le galline ovaiole che vivono all’interno del regolamento europeo, con 6 esemplari nello spazio vitale di una coppia di fogli A4, spesso giungono all’auto mutilazione, schiacciate dallo stress di una vita senza dignità. Ai maiali d’allevamento intensivo viene recisa la coda per evitare che, nelle ristrettezze a cui vengono sottoposti per l’allevamento intensivo ed a causa dello svezzamento precoce, si feriscano l’un l’altro cercando di “succhiare latte” dalla coda altrui. A molti polli da carne, viene tolto il becco in quanto finirebbero con l’aggredirsi gli uni con gli altri. I bovini d’allevamento intensivo vengono imbottiti di medicinali in quanto nutriti a cereali (che sono incapaci di digerire) e per via della facilità di epidemie, dato il minuscolo spazio in cui vengono allevati. Tutto questo “nel pieno rispetto” della (a questo punto inadeguata) normativa Europea. Forse si potrebbe fare un passo in più (come d’altra parte Coop ha più volte dimostrato di saper fare)?

Giacomo Rizzo

Credo che vada dato atto a Coop di aver risposto (anche se con una mail forse preformata): numerose esperienze di altri blogger ci mostrano quanto difficile sia contattare (e argomentare) con grandi aziende o (peggio) multinazionali. Ciò detto, l’idea che Coop vada a tradire in qualche modo i valori ai quali ampiamente si è richiamata negli ultimi anni mi resta: l’offerta di carne macellata secondo i dettami dell’halal ma con lo stordimento degli animali sarebbe stata probabilmente una soluzione eticamente accettabile, ma economicamente svantaggiosa.

Il problema chiave credo sia proprio qui, e si tratta di un problema che travalica i confini di questa vicenda e va a toccare da vicino tutta la questione del “biologico”: l’ecologia, l’equilibrio della natura, i valori morali, tutto ciò è profondamente incompatibile con il capitalismo ed il liberismo più sfrenati, con la massimizzazione dei profitti. Non esiste (o almeno non la vedo io) una vera via d’uscita: ad un certo punto è necessario chiedersi se ciò che conta è il rispetto dei propri valori o sempre e soltanto il profitto…

Per concludere, non ho ancora deciso se aderirò al boicottaggio a Coop di cui si comincia a vociferare: ritengo che la catena abbia comunque realizzato passi importanti sul fronte della riduzione del proprio impatto sull’ambiente ed equipararla (o peggio sostituirla) ad altre catene meno impegnate su questo fronte sarebbe un segnale sbagliato. Esistono, è vero, altre soluzioni (che per altro molti attivisti praticano già), ma l’impatto di una sinergia tra il movimento ambientalista/ecologista ed una catena delle dimensioni di Coop rappresenta un valora aggiunto (anche solo in termini di sensibilizzazione) che sarebbe meglio non gettare alle ortiche…

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Jan30

Un gigantesco eliporto al Parco Nord

Parco Nord Milano

fabbiosilent via Flickr

Ieri sera sono stato all’assemblea pubblica “per il Parco Nord e contro il progetto dell’eliporto” indetta presso Villa Ghirlanda, a Cinisello Balsamo. Un’assemblea analoga era stata precedentemente organizzata a Bresso ed a Cormano, un’altra si terrà venerdì 5 a Milano Bicocca. Molte cose sul progetto mi sono più chiare, in seguito all’assemblea e voglio dare il mio pur piccolo contributo scrivendo una breve spiegazione di quanto sta accadendo, a beneficio (chissà) di quei pochi abitanti del Nord Milano che leggono queste misere pagine.

L’idea di fondo del progetto, portato avanti a braccetto dal Ministero dei Trasporti, da un’azienda costruttrice di eliporti ed un’industria specializzata in elicotteri, è quella di utilizzare l’area dell’attuale aeroporto sito all’interno del Parco Nord (attualmente poco più di 80 ettari di superficie) per costruire uno scalo elicotteristico di dimensioni notevoli (quello che in gergo tecnico viene definito “eliporto codificato”), con lo scopo di farne lo scalo logistico di un complesso di elisuperfici (su Milano ne sarebbero previste ben 55) che servirebbe non solo la regione Lombardia, ma tutto il nord Italia: si prevede un traffico di oltre 200 decolli giornalieri sin da subito, con un potenzialmente delle infrastrutture di comunicazione che dovrebbero consentire la ricezione delle svariate migliaia di passeggeri che vi saranno caricati.
In una seconda fase, inoltre, l’uso di “aeroconvertibili” (aerei cioè in grado di decollare verticalmente come un elicottero), consentirebbe un’ulteriore espansione della portata dei velivoli di stanza all’eliporto di Bresso (oltre i 1000 km di gittata), consentendo di servire anche buona parte delle principali capitali europee, con un naturale ulteriore aumento del numero di passeggeri.

Inutile dire come un progetto di tale portata sia assolutamente incompatibile non solo con un’area così densamente abitata ed urbanizzata come quella dei comuni di Cinisello Balsamo e Bresso (che da soli accolgono oltre 100.000 abitanti), ma in particolar modo il più grande “parco metropolitano” d’Europa, il Parco Nord, la cui flora e fauna risentirebbero in modo drammatico dell’attuazione di un simile (scellerato) progetto.

L’istanza d’incompatibilità tra l’attuale aeroporto, il parco ed i comuni limitrofi è stata per altro più volte sancita da documenti siglati sia dai comuni stessi che da Provincia di Milano e Regione Lombardia: l’intento è sempre stato quello di tentare di trovare una diversa collocazione per l’attuale aeroporto, e di fronte all’oggettiva mancanza di alternative praticabili, di ridurre la dimensione dello stesso dagli attuali 80 ettari a 55 ettari. In questi 55 ettari, il progetto vorrebbe collocare non solo l’attuale aeroclub, la sede regionale della protezione civile, l’elisoccorso ed il servizio del 118 (che già si trovano sull’area), ma vorrebbe anche costruire le strutture di manutenzione, le cisterne per il carburante ed ovviamente l’elistazione preposta al traffico passeggeri e commerciale: l’equivalente in cemento, parlando per paragoni, di 8 palazzi di 10 piani.

E’ assolutamente necessario trovare le forze e la determinazione per opporsi in modo massiccio e fermo alla realizzazione di questo obrobrio sul territorio del Parco Nord, frutto di 30 anni di lotte e sudore dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni locali. Soprattutto perché una reale e valida alternativa alla costruzione dell’eliporto codificato su questo territorio esiste ed è immediatamente praticabile: fatta l’eccezione degli interessi commerciali di SEA (la società che possiede gli aeroporti di Malpensa e Linate) e quindi del Comune di Milano (che ne possiede un’ampia maggioranza), l’aeroporto di Linate è già attrezzato e logisticamente pronto a ricevere un simile traffico aereo; sarebbe sufficiente costruire e/o potenziare la rete di collegamenti con l’aeroporto per risolvere il problema creando un impatto ambientale ridotto ai minimi termini.

Peccato che probabilmente costruire un nuovo eliporto al Parco Nord frutterebbe molti più soldi in appalti ed investimenti che non utilizzare un’area già pronta ad accogliere un simile mostro… ed il PIL sale…

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Nov28

Qualche considerazione sulle auto “ecologiche”

Conanil via Flickr

Conanil via Flickr

Questo post prende spunto un po’ dalla mia (embrionale) ricerca di un’auto nuova, un po’ dall’evolvere del mercato dell’auto, che seguo sempre con interesse soprattutto nella sua “deriva ambientalista”. Prima di cominciare a scrivere, però, voglio sottolineare l’importanza di considerare l’aspetto ambientale quando si parla di mobilità, di qualsiasi tipo questa sia (aerei, treni,  auto, moto…) ed il mio apprezzamento per tutte quelle tecnologie che consentono di ridurre l’impatto che il trasporto umano ha sull’ambiente che ci circonda.

Purtroppo come per tutti gli altri ambiti “commerciali”, anche sul fronte dell’ecologia delle automobili si tende a fare tanta propaganda senza realmente entrare nel merito dei fatti. Nell’ultimo periodo si sta spingendo moltissimo sulle auto a GPL o a gas Metano, con l’alternativa dell’ibridazione di motori a benzina (e più raramente diesel) con motori elettrici. Il messaggio che passa è che l’acquisto di un’auto a metano, ibrida o dotata di un serbatoio di GPL sia sufficiente di per se a placare i nostri sensi di colpa (e per chi non li ha, tanto di guadagnato) per i disastri ambientali che il nostro “vagare” ha provocato. Naturalmente (e non per niente) a tutto questo si aggiunge un “significativo” risparmio economico sul lungo periodo, carta proposta dai venditori soprattutto nel caso della scelta del GPL.

Pars destruens

Trovo questo approccio profondamente sbagliato e ritengo che sia compito dell’Unione Europea (visto che pensare che se ne occupi il nostro governo è un puro esercizio mentale) provvedere  a fare chiarezza in questo settore, introducendo l’obbligatorietà di un reale (ed unico) meccanismo di “rating” dell’impatto ambientale che ogni auto ha (l’emissione di CO2 per chilometro percorso è sensata, ma dimentica tutta un’altra serie di parametri) esattamente come accade per l’efficienza energetica degli elettrodomestici.

Si diceva che trovo fondamentalmente sbagliato l’approccio, e cercherò di spiegarmi: innanzi (così lo eliminiamo subito) tutto l’aspetto economico: non ho alcuna difficoltà a comprendere il vantaggio in termini economici dell’acquisto di un’auto il cui carburante costa (mediamente) il 60% in meno rispetto ad un’equivalente auto a benzina o diesel. Trovo però che il fattore economico debba necessariamente essere relegato ad un ruolo di secondo piano (non cancellato, ben inteso) rispetto al tema dell’impatto ambientale. Se il carbone costasse meno del metano, ad esempio, spingeremmo secondo questa logica l’uso di auto a carbone, che ben altro impatto avrebbero sull’ambiente e l’inquinamento. E questa considerazione deve valere, io credo, per tutti gli ambiti legati all’ambiente.

Secondariamente c’è la questione più “tecnica”: GPL e gas Metano sono (e resteranno, malgrado qualcuno non ci voglia credere) combustibili fossili. Il fatto che siano “presenti in natura” ne ridurrà forse l’impatto di raffinazione e lavorazione, avranno forse un impatto inferiore rispetto ai carburanti “tradizionali” in termini di emissioni da combustione, ma non sono una panacea; il potere energetico di Metano e GPL è sicuramente maggiore di quello di Benzina e Diesel, ma le emissioni di CO2 da combustione ed altri inquinanti (abbattuti comunque in modo piuttosto significativo, va detto) sono tutto fuorché azzerate.
Credo che però siano i numeri a poter dare una reale idea dell’incidenza della riduzione di emissioni: considerando il ciclo completo di vita dell’automobile ed il suo carburante, l’uso del GPL porta ad un abbattimento del 12% delle emissioni di CO2, mentre il Metano raggiunge il 20%: naturalmente non c’è solo da considerare la CO2, ma questa cifra dovrebbe rendere palese come, seppur lodevole sia il passaggio ad un motore a gpl o metano, questo non costituisca che parzialmente il nocciolo della questione.

Un discorso analogo lo possiamo fare per i motori elettrici o ibrido-elettrici: in questo caso, la produzione dell’energia viene semplicemente “spostata” a monte ed immagazzinata in batterie per un uso successivo (ricarica elettrica). Purtroppo in Italia la produzione dell’energia elettrica rappresenta un altro dei nodi critici del tema ambientale: sebbene il nostro paese sia uno dei fortunati europei in grado di produrre moltissima energia da fonti rinnovabili (idroelettrico, eolico, fotovoltaico…), gli investimenti su questo fronte sono non solo risibili, ma in diminuzione: solo una forte mobilitazione ha consentito pochi giorni fa di far ritirare al governo un emendamento alla finanziaria 2010 che prevedeva il taglio degli incentivi per l’adozione di tecnologie di produzione da fonti rinnovabili; sebbene in questo frangente il taglio è stato scongiurato, è significativo dell’approccio italiano all’energia il semplice aver preso in considerazione la possibilità di ridurre gli incentivi.
In sostanza, facendo i conti della serva, in Italia la produzione di energia da fonti rinnovabili rappresenta (al 2007) il 15,7% del totale complessivo al netto delle importazioni, con 49.411 GWh su 313.888 GWh: è pertanto assolutamente possibile (per tornare al discorso iniziale) che la vostra auto elettrica sia spinta da un misto di carbone, petrolio e nucleare d’importazione, con una percentuale d’incidenza delle rinnovabili assolutamente risibile. La soluzione sarebbe quella di produrre l’energia direttamente sull’autovettura (tramite ad esempio pannelli fotovoltaici) ma la tecnologia è ad uno stadio talmente embrionale in termini di efficienza che risulta impraticabile, al momento.

Pars Construens

Per passare alla parte “positiva”, vorrei innanzitutto porre l’accento su un aspetto assolutamente fondamentale sul quale purtroppo la campagnia pubblicitaria insiste poco, ed è il tema dei consumi: un’auto piccola e leggera diesel/benzina, che può raggiungere consumi prossimi ai 3,0 L/100Km, sarà ambientalmente molto più compatibile di un SUV alimentato a metano. Non ci sono vie di mezzo: 10L di Metano emetteranno più CO2 e inquinanti rispetto a 3L di diesel/benzina. E questo è un aspetto assolutamente da tenere a mente.

Un altro aspetto fondamentale (che va ad incidere tra l’altro anche su altri aspetti del nostro “vivere sostenibile”) riguarda il numero di autovetture in circolazione:  non faticherete, andando al lavoro lunedì, a guardare nelle auto che vi stanno attorno e contare il numero di occupanti, uno. Eppure molti di noi fanno strade simili, sprecando così un sacco di spazio (con conseguenti code ed ingorghi) e spostando inutilmente un sacco di metallo, aria e sedili vuoti.
Le soluzioni a questo problema sono molte ed alla portata di tutti noi: a partire dall’uso dei moto e scooter (sui quali resta purtroppo valida e anzi forse maggiore l’incidenza della questione ambientale, essendo il tema affrontato in modo ancora più embrionale che per le autovetture) fino ad arrivare a car-pooling e car-sharing, che stanno tra l’altro cominciando a vedere reali incentivi da parte sia degli enti pubblici che delle società di gestione. L’auto realmente ecologica, è quella che non si muove…

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Nov23

Dell’impatto ambientale della posta ordinaria

Il pacco della Christmas Box HD Sky

Il pacco della Christmas Box HD Sky

Questa mattina (prendendo mezz’ora di permesso dal lavoro per arrivare a Cinisello Balsamo in un momento in cui il servizio ritiri del corriere espresso fosse ancora aperto), sono andato a ritirare un pacco inviatomi da Sky, il “Christmas Box HD”.

Sono rimasto sinceramente allibito: un pacco di notevole dimensione (21,5×14,5×13,5cm, in foto) contenente… nulla. Un pezzo di plastica cilindrica, un biglietto da visita, fine. Scopo, naturalmente, puramente promozionale: posso “regalare” ad un mio amico un mese di prova gratuita Sky (e mi verranno restituiti fino a 49 euro se questi poi conferma l’abbonamento, anche tacitamente).

Per farmi arrivare questo pezzo di carta (che riporta il numero di telefono di Sky e un codice cliente, niente di più) sono stati mossi innumerevoli mezzi di trasporto:

  • il corriere è andato a ritirare i pacchi in Sky (probabilmente più di uno, visto che non credo abbiano mandato via un numero così esiguo di pacchi promozionali) e li ha portati in sede
  • innumerevoli mezzi sono stati coinvolti negli spostamenti di questi pacchi (dal tracking risultano almeno 5 tentativi di consegna al mio domicilio, ad esempio), in giro per tutta l’Italia verosimilmente
  • io (oltre ad uscire mezz’ora prima dall’ufficio) sono andato in moto avanti e indietro per 30 chilometri per arrivare alla sede del corriere espresso.

Non sarebbe stato più semplice, ecologico, intelligente, inviare un’email?
E il problema, ovviamente, non si pone solo per Sky, visto che HP qualche tempo fa mi ha mandato un pacco da un metro cubo per spedirmi un “power backplane” (un alimentatore, sarà 10x10x20cm ad esagerare) sostitutivo per un server…

Quanto ci costa in termini ambientali (oltre che economici) spostare tutta quest’aria? Questo compensato da imballaggio?

Perché non introdurre una tassa “volumetrica” sulle spedizioni? Porterebbe ad una ragionevole entrata per lo Stato (che non fa mai male) e disincentiverebbe pesantemente l’invio (inutile) di pacchi inutili o eccessivamente grandi rispetto al loro contenuto…

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